VERSO UNA NUOVA RIVOLUZIONE

VERSO UNA NUOVA RIVOLUZIONE

di Los Amigos de Durruti

Preliminari della rivoluzione spagnola

La rotazione politica, caratterizzatasi in Spagna, con la classica alternanza al potere tra costituzionalisti e assolutisti e che ha costituito l'ingranaggio ufficiale, si ruppe in modo fulmineo con il colpo di Stato effettuato nella capitale catalana - nel 1923 - da un generale ubriacone e camorrista. La dittatura di Primo de Rivera è la risultante della disastrosa concretizzazione di una politica sviluppatasi tra sperperi, monopoli, gratifiche burocratiche, premi particolari, concessioni e un cumulo di pingui affari realizzatisi sempre col favore ufficiale.

La reazione della militarada del 1923 è l'espressione esatta di una delle cause che hanno impoverito il nostro paese e hanno assorbito, quasi per intero il bilancio nazionale.

Il potere coloniale della Spagna ha dato vita a bande di avventurieri, di mercenari, di politici professionisti e ad una coorte di trafficanti di carne a buon mercato. 

Finché la burocrazia della sciabola e i cavalieri di industria ebbero un mercato abbondante nei possedimenti d'oltremare per rubare e saccheggiare, la Spagna ufficiale poté continuare a navigare con rotta più o meno incerta. Ma il disastro coloniale fece sprofondare questa impalcatura maneggiata da una minoranza senza scrupoli e senza viscere.

Alla fine del secolo XIX i militari restano senza il bottino agognato. Devono fare ritorno alla penisola con le medaglie annegate nel sangue e con il disonore di alcune macchiette inservibili sullo stesso terreno delle armi. 

Da questo momento si pone un problema difficile per il popolo spagnolo. Migliaia di parassiti e un re sifilitico vengono a divorare gli abitanti del paese, atteso che gli era finita la possibilità di continuare a prosciugare le popolazioni delle colonie che maledicevano la Spagna rappresentata da ladroni e assassini con fasce di seta e polsini. 

L'erario pubblico aveva necessità di sollievo immediato. Gli accordi di Algeciras consentono di assaltare il perimetro del Marocco. Le miniere del Riff, ambite dall'ex conte di Romanones, si convertono in una ventosa che aspira il sangue e il denaro del popolo spagnolo. 

L'avventura del Marocco è costata al tesoro nazionale la cifra di 1.000.000.000 di pesetas e migliaia di vite offerte in olocausto per il gruppo finanziario che rappresentava l'ex conte di Romanones.

La tragedia del Barranco del Lobo e quella di Anual costituiscono le fasi più salienti di questo mattatoio spagnolo che ha girato attorno alle miniere di ferro situate nella cabila di Beni-Bu-Ifrar vicino al monte Af-Laten. 

I militari sono stati l'eterno incubo del popolo lavoratore. Di infausta memoria registriamo le Giunte di Difesa. Il loro ispiratore - colonnello Márquez - cercò di infondere ad esse uno spirito liberale, ma il favore del palazzo e gli intrighi di La Cierva pesarono molto più della supposta buona volontà di un colonnello che si vide perseguitato e incarcerato a Montjuich.

Il generale Primo de Rivera incarnò tutto il passato di cui stiamo parlando. Col braccio di López Ochoa e con la compiacenza della borghesia, dei latifondisti, del clero della finanza, elevò la spada sulle alture del Potere.

Si è testualmente segnalato che l'ex Capitano Generale di Catalogna si esponeva a liquidare il dossier Picasso sulle implicazioni di Alfonso XIII e del suo prestanome Generale Silvestre [per il disastro militare nella campagna del Marocco; N.d.T.].

È indubbio che questa versione non è infondata, ma quello che precipitò il golpe militare fu senza alcun dubbio il malessere che si manifestava in seno alla classe lavoratrice che, stufa di soprusi e ladrocini, si disponeva a spazzare via dal suolo spagnolo i responsabili del suo infortunio. La borghesia finanziaria e industriale mise tutte le sue risorse nella macchinazione militare. Restrinsero i crediti, sabotarono l'economia, impiantarono il lock-out, provocarono scioperi. I borghesi catalani accolsero con grandi manifestazioni di giubilo la "polaccata" dei militari.

La tappa di Primo de Rivera deve essere catalogata come un saggio della classe dominante per eludere la zampata della classe lavoratrice che nella tappa successiva si produce con un tratto più categorico. La sua gestione fu la ripetizione corretta e accresciuta delle epoche passate, con l'identica corruzione dei costumi e con l'eterna mancanza di vergogna che ha distinto in ogni epoca il cadavere della Spagna di razza e stracciona. Al generale donnaiolo succede Berenguer più tardi rimpiazzato da Aznar. E come nota finale è il conte di Romanones - agente dell'Intelligence Service - a realizzare il trapasso della monarchia al suo antico segretario, don Niceto Alcalá Zamora, che di concerto con il figlio di Maura e aiutato da un medico di palazzo - Marañón, dell'Intelligence Service - pose i pilastri di una Repubblica che forzosamente doveva culminare nella più spaventosa schifezza.

Nasce la Repubblica completamente strangolata dal disgusto popolare. In luogo di alcune direttrici sociali, forgiate nel fragore della strada, prevalgono le stesse tare della fase borbonica. Il Potere lo detengono i politici che nel periodo monarchico servirono il loro padrone. Alcalá Zamora era un monarchico recalcitrante, rappresentante del clero e dei latifondisti. Azaña appartenne al partito di Melquíades Álvarez; Miguel Maura, un altro realista; Alejandro Lerroux, un disonorato.

La desolata Spagna seguiva il sentiero dei tradimenti, dei conciliaboli inconfessabili. La commedia di aprile doveva costare fiumane di sangue.

La Repubblica di aprile si apprestava a dare risultati catastrofici. Pochi giorni dopo gli avvenimenti precipitavano. Il rampollo dell'assassino di Ferrer, il responsabile di 108 morti, il ministro che dette l'ordine di sparare senza preavviso, trasformò il nostro suolo in una filiera di croci funerarie. 

Rendendosi conto le masse operaie che le loro rivendicazioni venivano vilmente prese in giro, ci fu l'irata rivolta contro la messa in scena di aprile. Miguel Maura mobilitò le forze armate della fiammante Repubblica per assassinare e decimare i lavoratori. Pasajes, Arnedo, Castilblanco, Siviglia, Catalogna ... ben catalogano la natura di una repubblica che licenzia il sovrano in guanti bianchi e lo scorta in un bastimento della squadra navale. E la famiglia di Alfonso XIII incassa le strette di mano del General Sanjurjo che nell'agosto del 1932 e nel luglio del 1936 assestava duri attacchi contro un popolo che fu giocattolo incosciente dei politici che concessero carta bianca al generale assassino e di ascendenza realista. E alla stazione dell'Escorial il conte di Romanones diceva con molta tranquillità alla ex-regina: "A presto".

La Repubblica si mosse fluttuando costantemente. Alle Corti Costituenti non fu data soluzione a nessun problema.
Il problema militare, che poteva essere risolto solo con plotoni di esecuzione si mutò in una farsa. Azaña concesse ai militari il ritiro a condizioni tanto eccezionali che ebbero la virtù di gravare enormemente sulle classi passive, e consegnò all'ufficialità monarchica le stanze delle bandiere.

Anche il problema religioso fu evitato. Si sarebbe dovuto espropriare la Chiesa senza indennizzo alcuno, oltre alla soppressione della voce per il culto e il clero dal bilancio nazionale. Non si fece così. Si legalizzarono gli ordini religiosi dando la carta di cittadinanza alle masnade che si rifugiavano nei 300 ordini religiosi e nei 10.000 conventi. Non si volle liberare il popolo spagnolo dal tarlo che ha corroso per secoli l'anima peninsulare. Fece di più il governo Mendizábal che non la Repubblica nata con un'esperienza di cent'anni. E non si strapparono i 5.000.000.000 di pesetas che i gesuiti avevano incrostato nell'economia nazionale.

Nemmeno la questione finanziaria fu risolta. Si riconobbero i debiti e gli sprechi della Monarchia. Il bilancio fu ipertrofico. Le poste passive vennero aumentate e la burocrazia crebbe enormemente. Il debito pubblico, che nel 1814 ammontava a 3.000.000.000. di pesetas, aumentato vertiginosamente con i disastri coloniali e del Marocco - a parte un leggero sgonfiamento all'epoca di Villaverde - nell'aprile del 1931 arriva alla cifra astronomica di 22.000.000.000. 

Il 14 aprile protegge i reddituari e grava sui consumatori. L'imposta sul reddito fu qualcosa di truculento. La politica finanziaria fu nettamente borghese, nonostante che i socialisti fossero al Parlamento e al Potere. E i monopoli continuarono a essere all'ordine del giorno, continuando a realizzare guadagni il contrabbandiere March che si prese il gusto di scappare dal carcere quando ne ebbe voglia. 

Nemmeno fu soddisfacente il risultato della questione degli Statuti regionali. In uno degli articoli della Carta Costituzionale si parla di Repubblica federale o federativa ma, alla fine dei conti, fu mantenuto il centralismo. 

La questione agraria finì in una beffa. L'Istituto della Riforma Agraria fu un vivaio di raccomandati. Dovevano sistemare 5.000 contadini all'anno, ma quelli che avevano bisogno di terra erano 5.000.000. Alla fine di mille anni sarebbe finita questa riforma burlesca e fatta a stillicidio. 

Nelle questioni riguardanti il lavoro si armò un orrendo disordine. Il controllo operaio consistette in una serie di delegazioni che si ripartivano le amicizie.

Il problema della Spagna colonizzata si pose con il contenzioso della Telefonica. Nonostante le bravate di Prieto, nonostante una conferenza svoltasi nell'Ateneo di Madrid, il tronfio leader socialista tacciò di leonino il contratto della Telefonica, e contro le manifestazioni dei lavoratori si optò per mitragliare gli operai della Telefonica quando scesero in piazza chiedendo un giusto aumento dei salari e per contro si sostenne il capitale nordamericano. 

Abbiamo vissuto due bienni. Il rosso e il nero. In entrambi la classe operaia è stata perseguitata a mansalva.

I socialisti operarono come lacchè del capitalismo. Le leggi di difesa della Repubblica, sull'Ordine Pubblico, dell'8 aprile sono di un carattere ampiamente repressivo. Le destre se ne sono poi servite a piacimento. La reazione operaia si manifestò nell'incendio di conventi, nei fatti di Barcellona, a Figols, l'8 gennaio e il 5 dicembre. Le deportazioni a Bata e a Villa Cisneros anticipano l'infame consegna della Repubblica ai nemici secolari del proletariato.

I due bienni furono funesti. La socialdemocrazia è responsabile del fatto che le destre siano tornate a prevalere. E sono colpevoli per non essere riuscita la rivoluzione ad evitare l'intervento straniero, poiché nel 1931 il fascio italiano ancora non si era liberato della spina di Adua e gli hitleriani nemmeno erano ancora riusciti a strutturare lo Stato totalitario e nazionalista. Le circostanze erano favorevoli. Ma il tradimento dei socialisti e il riformismo di Pestaña e collaterali impedì di portare a compimento quello che più tardi sarebbe stato più costoso. 

Da questa amalgama di situazioni più o meno varie, spuntò ottobre. 

Nelle Asturie si visse il prologo del luglio 1936. Si lottò con coraggio e bravura. In Catalogna Dencás si incarica di allontanare la classe lavoratrice da quel movimento che avrebbe potuto essere decisivo.

A ottobre i socialisti volevano solo intimidire Alcalá Zamora affinché non affidasse il potere alle destre, così come avevano cercato di fare gli scioperi precedenti. Se avessero voluto la rivoluzione avrebbero approfittato della sollevazione contadina del giugno del 1934 ovvero la avrebbero differita per collegare la città con la campagna. Ma i socialisti furono sorpassati dalla classe lavoratrice.

Due anni durò il governo Lerroux-Gil Robles. Anni neri, di repressione, di carcerazioni. Culmina a febbraio con le elezioni [con grande partecipazione popolare; N.d.T.] in favore dei detenuti e sboccherà nelle giornate di luglio.

 

Il 19 luglio 

La tragedia della Spagna non ha limiti. È inutile che le penne più vibranti pretendano di rappresentare il dolore di questo popolo che porta incisi nel corpo e nella mente gli orrori di un passato e di un presente.

I nostri scrittori non potranno riflettere con esattezza il calvario di questo popolo che sembra proprio essere nato per soffrire.

Questo quadro di dolore, questa acquaforte spagnola raggiunge il massimo a febbraio del 1936. A questa data il suolo spagnolo era un immenso presidio. Migliaia di lavoratori dietro le sbarre. 

Siamo alle porte di luglio. Bisogna ricordare gli avvenimenti che costituiscono l'anticamera della sollevazione militare.
La politica del biennio nero era in bancarotta: Gil Robles non aveva soddisfatto i desideri dei suoi accoliti. Un contrasto era insorto tra Alcalá Zamora e il capo di Acción Popular. Il gesuitismo sosteneva il Presidente della Repubblica. Si trattava del nuovo candidato; non invano aveva alzato la bandiera a favore della riforma costituzionale e della religione. La vita delle Cortes era incerta. I radicali avevano divorziato dal blocco delle destre, poiché si sentivano allontanati dalla greppia nazionale. Le tumultuose sessioni parlamentari sottolineavano le zuffe di una politica di basso profilo, ripugnante e criminale.

Il proletariato cominciava a manifestarsi nei modi che erano più alla sua portata. Gli enormi raduni effettuati nello Stadium di Madrid, a Baracaldo e a Valencia, riunirono moltitudini immense. C'è da lamentare che quelle dimostrazioni di impegno e di ribellione servissero alla fine a rivalorizzare una figura vetusta e reazionaria come nel caso presente era quella di Azaña. E l'errore si pagò più tardi abbondantemente. Alcalá Zamora si crede l'arbitro della situazione. I suoi prestanome sono Franco, Goded, Cabanellas, Queipo de Llano, Mola. Sceglie per portare a termine i suoi piani un bandolero della finanza, Portela Valladares.

Le risorse statali fanno difetto al cacique galiziano. Nonostante le frodi elettorali, il risultato delle elezioni di febbraio non soddisfano le ansie della Santa Sede.

Alcalá Zamora vedendo frustrate le sue macchinazioni, manifesta a Portela la sua disponibilità a dichiarare lo stato di guerra. Portela non si azzarda ad accettare. Si rende conto che il popolo spagnolo è in piazza. Consiglia di aprire a Azaña. E ci azzecca. Il politico del biennio rosso sarà un sedativo momentaneo: quello che voleva la reazione in quel momento. Una battuta di attesa, per preparare la sollevazione dei generali legati alla Plaza de Oriente.

Il trionfo di febbraio non aprì gli occhi ai socialisti. Le proteste ciclopiche della popolazione carceraria, l'entusiasmo per liberare i prigionieri del grande dramma di ottobre, non suggerì loro nulla di nuovo. Si comportarono come prima. Nuovo Parlamento. Nuova elezione del Presidente della Repubblica. Furono nascosti al popolo i propositi dittatoriali di Alcalá Zamora e le sue intenzioni di consegnare il potere ai militari.

Ma il proletariato aveva una dura esperienza dei bienni trascorsi. Scende in piazza. Prendono fuoco i centri religiosi. Il clamore delle carceri attraversa le mura. Città e campagne sono ugualmente in ebollizione. L'idiozia della socialdemocrazia boccia l'esplosione popolare. Fortunatamente nella loro rozzezza le destre non seppero intravedere il reale valore del ruolo controrivoluzionario di Azaña e Prieto, e impostano dopo cinque mesi il problema nelle piazze.

Da febbraio a luglio si hanno agitazioni. Tornò a esser sparso il sangue dei lavoratori. Lo sciopero degli edili di Madrid e scontri accaduti a Málaga rivelano il cretinismo dei politici di febbraio.

Le destre avviano un piano palese di attacco alla situazione derivata da elezioni impregnate di una forte dose sentimentale. I fascisti assassinano a mansalva, provocano agitazioni. Traspare il fatto che la Spagna nera stava tramando qualcosa. Con insistenza si parlava di sommossa militare.

Non c'erano dubbi. Il proletariato stava calpestando il vestibolo di luglio. I governanti facevano spallucce, disinteressandosene. Tra il fascismo e il proletariato preferivano il primo. E per depistare, il traditore numero uno, Casares Quiroga, dal banco azzurro minacciava le destre incitandole a scendere in piazza.

La morte di Calvo Sotelo fece precipitare gli avvenimenti. Si rumoreggiava, con verosimiglianza, che i militari sarebbero scesi nelle strade da un momento all'altro. Fecero azione preventiva i governanti? Franco disponeva di un comando nelle Canarie, Goded nelle Baleari, Mola in Navarra. Perché la truppa non venne immediatamente licenziata? Perché il popolo non fu armato senza perdita di tempo? I fascisti contavano su potenti ausiliari anche nei siti governativi!

Il 17 luglio fu decifrato l'enigma su cui da tempo ci si arrovellava. Nelle Baleari, in Marocco e nelle Canarie si trovava un palese stato di ribellione.

Che misure furono prese per fermare la sollevazione? Che fece il governo di questa canaglia, di questo Casares Quiroga? Solo chiudersi nell'inerzia più assoluta. Nascondere al popolo la gravità della situazione. Ordinare una severa censura. Negare le armi al proletariato.

Dal 17 al 19 luglio c'era tempo sufficiente per contenere i militari. Prevalse un atteggiamento suicida e sospetto ad alto livello. Casares Quiroga è complice di Mola. Lo mantenne a Pamplona nonostante che avesse francamente palesato la sua ribellione dalle elezioni di febbraio e che desse rifugio a tutti i cospiratori di destra. 

Il tradimento a danno delle sinistre è evidente. Non furono date le armi al popolo perché i democratici borghesi temevano il proletariato. Fu così possibile che molte località, da sempre con forte potenzialità libertaria, cadessero facilmente nelle mani dei fascisti. A Saragozza l'atteggiamento negativo del governatore Vera Coronel, che intrattenne in chiacchiere i rappresentanti della classe lavoratrice, facilitò il trionfo fascista. E a Valencia, mentre nella Spagna intera si stava lottando, ancora si tollerava la permanenza dei militari sollevatisi nelle caserme.

In quest'ora storica, annegati nel sangue, accusiamo senza eufemismi i politici repubblicani che, per avversione verso la classe lavoratrice, favorirono in modo aperto il fascismo. Accusiamo Azaña, Casares Quiroga, Companys, i socialisti, tutti i commedianti di questa Repubblica che sorta da uno scherzo d'aprile ha fatto a pezzi i focolari della classe lavoratrice. E questo causato dal non avere fatto la rivoluzione a tempo debito.

Le armi se le è andate a cercare il popolo. Se le è guadagnate. Le ha conquistate con il proprio sforzo. Non gliele ha date nessuno. Né il Governo della Repubblica né la Generalità dettero un solo fucile.

Il 19 luglio il proletariato si era impadronito delle strade come nelle sue grandi giornate. Giorni prima aveva vigilato nelle strade dei centri abitati della Spagna. Nella capitale catalana si ricordarono giorni di gloria e di lotta. 

Il primo armamento lo presero i lavoratori catalani da alcuni bastimenti alla fonda nel porto di Barcellona. Dal Manuel Arnús e dal Marqués de Comillas, furono prese le prime armi.

All'alba del 19 luglio i militari scesero nelle strade. Il popolo catalano si avventò contro di loro. Assaltò le caserme e lottò fino a farla finita con l'ultimo ridotto fascista. 

Il proletariato catalano salvò dal fascismo la Spagna proletaria. La Catalogna proletaria diventava il faro che illuminava tutta la penisola. Non importa che la campagna spagnola sia nelle mani dei fascisti. Noi lavoratori dei centri industriali riscatteremo i nostri compagni dalla cattività in cui la sorte li ha fatti cadere. 

A Madrid accadde esattamente lo stesso. Nemmeno lì furono distribuite le armi. Furono conquistate nelle strade. Il proletariato lottò. Assaltò la caserma de la Montaña. Vinse i militari. Armati con schioppi, e alla bell'e meglio, i lavoratori si diressero verso la Sierra di Guadarrama, per tagliare il passo al Generale Mola che, alla testa delle brigate della Navarra, si disponeva a conquistare la capitale castigliana. 

Al Nord, nel Levante e in varie località dell'Aragona, dell'Andalusia e dell'Estremadura il fascismo fu sconfitto. Ma nel resto della penisola gli operai erano disarmati e dovettero vedersela con i loro stessi governatori di sinistra che facilitarono il golpe della feccia spagnola. 

A Casares Quiroga succedette un governo Martínez Barrios. Il politico che aveva ostacolato i costituenti di aprile, era al potere per patteggiare con i fascisti, e consegnare loro il comando. La rapida reazione della classe lavoratrice impedì che si ordisse uno dei tradimenti più infami, che se non si riuscì a commettere lo si deve alla mancanza di tempo. Di questa vile manovra devono rispondere con le loro teste i politici, a cominciare da Azaña.

L'atmosfera pessimista dei primi istanti, i propositi di resa che si annidavano nei centri ufficiali, furono rapidamente contrastati dalla bravura del proletariato. Giral sostituisce Martínez Barrios.

Abbiamo riferito aspetti di carattere aneddotico.Ma è necessario fermarci un po' di più sul luglio, ed è anche necessario esaminare che tipo di rivoluzione fu quella di tali memorabili giornate.

Sugli avvenimenti di luglio si è molto teorizzato. I borghesi democratici e i marxisti assicurano che l'esplosione popolare di luglio deve essere catalogata come un fatto di legittima difesa del proletariato al vedersi incalzati dal suo maggior nemico. Intorno a questa tesi si argomenta che luglio non può essere considerato una manifestazione tipicamente rivoluzionaria e di classe. 

La tesi di chi rispetto a noi si trova agli antipodi è falsa. Le rivoluzioni si producono in una data imprevista, ma sono sempre precedute da un lungo periodo di gestazione. In aprile una parentesi si chiuse e un'altra se ne aprì. E di questa seconda parentesi fu leader, ad aprile, proprio la classe lavoratrice, continuando ad essere protagonista degli avanzamenti della rivoluzione. Se anche a luglio il proletariato non fosse sceso nelle strade, lo avrebbe fatto successivamente, ma non avrebbe desisto dal suo nobile impegno per redimersi dal giogo borghese. 

La piccola borghesia sostiene che nelle giornate di luglio noi troviamo scesi in campo tutti i settori. Ma dobbiamo ricordare che se la CNT e la FAI non fossero accorsi nei luoghi del pericolo, si sarebbe ripetuta la commedia comica dell'ottobre barcellonese.

In Catalogna predominano i lavoratori organizzati nella CNT. Chi nega questa realtà disconosce o vuole ignorare la storia della CNT in Catalogna.

La rivoluzione di luglio fu una rivoluzione prodottasi su iniziativa dei lavoratori, e quindi fu di classe. La piccola borghesia operò come appendice e nulla più. Tanto nelle strade quanto nella teoria. 

Ma esistono ragioni di altrettanto o maggior peso. Il ricordo delle perturbazioni di tipo politico guidate dal capitalismo nei secoli XVII, XVIII e XIX è sfumato e sono inoltre svanite le illusioni democratiche piccolo-borghesi per i risultati ottenuti nelle azioni precedenti - 1873, aprile e febbraio in Spagna - per cui non c'era posto per altra rivoluzione oltre quella di tipo sociale splendidamente apparsa a luglio.

L'esperienza di aprile è definitiva. Bastava perché non si incorresse in nuovi errori. Non ci riferiamo esclusivamente alla repressione di cui siamo stati fatti oggetto. Ci limitiamo alla traiettoria spropositata patrocinata dai marxisti. 
Come si comprende che nella rivoluzione di luglio si siano ripetuti gli sbagli che abbiamo criticato centinaia di volte? Com'è che a luglio non si sostenne una rivoluzione di classe? Com'è che le organizzazioni operaie non assunsero la massima responsabilità del paese?

L'immensa maggioranza della popolazione lavoratrice era dalla parte della CNT. L'organizzazione maggioritaria in Catalogna era la CNT. Che accadde perché la CNT non facesse la sua rivoluzione, che era la rivoluzione del popolo, la rivoluzione della maggioranza del proletariato? 

Accadde quello che fatalmente doveva accadere. La CNT era priva di teoria rivoluzionaria. Non avevamo un programma corretto. Non sapevamo verso dove andavamo. Molto lirismo ma, alla fine dei conti, non sapevamo che fare con quelle masse enormi di lavoratori; non sapemmo dare plasticità a quelle ondate popolari che si rovesciavano sulle nostre organizzazioni; e per non sapere che fare abbiamo messo la rivoluzione sul vassoio della borghesia e dei marxisti, che mantennero la farsa di un tempo e - il che è molto peggio - si è dato margine perché la borghesia tornasse a rifarsi ed a operare sul piano del vincitore. 

Non si seppe valorizzare la CNT. Non si volle portare avanti la rivoluzione con tutte le sue conseguenze. Si ebbe paura delle squadre navali straniere, adducendo che le navi della squadra inglese sarebbero comparse nel porto di Barcellona.

Si è mai fatta una rivoluzione senza dover affrontare innumerevoli difficoltà? È esistita al mondo una rivoluzione di tipo avanzato che abbia potuto eludere l'intervento straniero?

Partendo dal timore e lasciandosi influenzare dalla pusillanimità non si arriva mai alla cima. Solamente gli audaci, i decisi, gli uomini di cuore, possono avventurarsi verso le grandi conquiste. I timorosi non hanno diritto di dirigere le moltitudini, né di uscire di casa. 

Quando un'organizzazione ha passato tutta la sua vita a propugnare la rivoluzione, ha l'obbligo di farla proprio quando si presenta una congiuntura. E a luglio c'era l'occasione per farla. La CNT doveva innalzarsi alla direzione del paese, dando una solenne pedata a tutto quanto c'era di arcaico e di vetusto, e in questo modo avremmo vinto la guerra e avremmo salvato la rivoluzione. 

Invece si procedette in maniera opposta. Si collaborò con la borghesia in ambito statale nel preciso momento in cui lo Stato si riempiva di crepe in tutti e quattro i lati. Companys e il suo seguito furono rafforzati. Una borghesia anemica e terrorizzata ricevette una boccata di ossigeno.

Una delle cause che più direttamente ha inciso sullo strangolamento della rivoluzione e sullo piazzamento della CNT consiste nell'aver agito come settore minoritario nonostante che nelle strade si disponesse della maggioranza. 

In questa situazione minoritaria, la CNT non ha potuto far valere i suoi progetti, vedendosi costantemente sabotata e coinvolta nelle reti della politica torbida e falsa. E nella Generalitat [il governo autonomo regionale della Catalogna; N.d.T.] e nel Municipio disponeva di meno voti degli altri settori, per quanto il numero degli iscritti alle nostre organizzazioni fosse molto superiore. Inoltre, la strade le avevamo conquistate noi. Perché cederle tanto stupidamente? 

D'altra parte sosteniamo che le rivoluzioni sono totalitarie indipendentemente da chi affermi il contrario. Quello che accade è che diversi aspetti della rivoluzione si vanno plasmando a poco a poco, ma con la garanzia che a beneficiare della maggiore responsabilità è la classe che rappresenta il nuovo ordine di cose. E quando si fanno le cose a metà, si produce quello che stiamo commentando, il disastro di luglio.

A luglio fu costituito un comitato delle milizie antifasciste. Non era un organismo di classe. Al suo interno si trovavano rappresentate le frazioni borghesi e controrivoluzionarie. Sembrava che tale comitato si fosse posto di fronte alla Generalitat. Ma si trattò di una buffonata. Si costituirono le pattuglie di controllo. Erano uomini delle barricate, delle strade. Ci si impadronì delle fabbriche, delle imprese, delle officine, e si lacerò la presa del latifondismo sulle terre. Furono creati comitati di difesa di quartiere, municipali e comitati di distribuzione dei rifornimenti. 

Trascorsi sedici mesi, che cosa resta? Dello spirito di luglio, un ricordo. Degli organismi di luglio, un qualcosa che appartiene a ieri. 

Ma resta in piedi il palcoscenico politico e piccolo borghese. In Piazza della Repubblica della capitale catalana persiste il sottobosco di settori che vogliono solo vivere alle spalle della classe lavoratrice. 

 

Il 3 maggio

È stato nel perimetro catalano che la controrivoluzione si è sforzata di più per schiacciare le essenze rivoluzionarie di luglio. 

La Catalogna industriale, per la sua configurazione economica, consentiva di concentrare grandi masse di lavoratori educati in un ambiente classista, di fabbrica e di officina. Questo peculiare modo di essere dei centri industriali è assai lusinghiero per il conseguimento delle rivendicazioni rivoluzionarie. La popolazione lavoratrice della Catalogna dette vita a luglio a un nuovo tonico sociale. Risorse un proletariato indomito che possedeva l'addestramento derivante da lunghi anni di lotta nei quadri confederali. La rivoluzione sociale in Catalogna poteva essere un fatto. Inoltre questo proletariato rivoluzionario avrebbe potuto servire da contrappeso a una Madrid burocratica e riformista, e all'influenza di un Paese Basco cattolico.

Ma gli avvenimenti assunsero un'altra piega. In Catalogna non si fece la rivoluzione. La piccola borghesia, che nelle giornate di luglio si era nascosta nel retrobottega, rendendosi conto che il proletariato era nuovamente preda di alcuni leader sofisti, si apprestò a dare battaglia. 

La cosa scioccante è che parlando di "mesocrazia" (governo della classe media) ci dobbiamo riferire anche ai marxisti, che hanno arraffato tutti i bottegai e i 120.000 votanti della Lliga [partito autonomista catalano di Companys, borghese di centro-sinistra; N.d.T.].

Il socialismo in Catalogna è stato funesto. Ha nutrito le proprie fila con una base avversa alla rivoluzione. Ha capitanato la controrivoluzione. Hanno dato vita ad una UGT vincolata con GEPCI. I leader marxisti hanno intonato lodi alla controrivoluzione. E intorno al fronte unico hanno scolpito vuote frasi, eliminando prima il POUM e più tardi hanno cercato di ripetere l'impresa con la CNT. 

Le manovre della piccola borghesia alleata dei socialisti e dei comunisti, culminarono negli avvenimenti di maggio.
Di essi sono state date distinte versioni. Ma quella veridica è che la controrivoluzione voleva che la classe lavoratrice scendesse nelle strade in una situazione di indecisione, per poi schiacciarla. In parte realizzarono i loro propositi per la stoltezza di alcuni dirigenti che dettero l'ordine di cessare il fuoco e tacciarono di provocatori gli Amigos de Durruti quando le strade erano state conquistate e il nemico eliminato.

La controrivoluzione aveva un interesse evidente a che l'ordine pubblico passasse sotto il controllo del Governo di Valencia. Lo si ottenne grazie a Largo Caballero, e si deve rimarcare che in quel frangente la CNT disponeva di quattro ministri nel governo nazionale.

Si è anche segnalato che la piccola borghesia aveva ordito un piano di intervento straniero con la scusa di alcuni tumulti. Ci si assicurò che le squadre straniere si dirigessero verso Barcellona e che divisioni motorizzate dell'esercito francese fossero sul punto di intervenire sui posti di frontiera. A questo si deve aggiungere il lavoro cospiratorio di determinati politici che si trovavano nella capitale francese.

L'ambiente era rarefatto. Si strappavano ai militanti le tessere della CNT. Si disarmavano i militanti della CNT e della FAI. Si verificavano scontri continui che non sfociavano in avvenimenti di maggiore gravità per puro caso. Le provocazioni che i lavoratori dovettero sopportare sono state molteplici. Le bravate del governo della classe media, venivano alla superficie senza sotterfugi né scappatoie.

La morte di un militante socialista - di Roldán - fu il pretesto per effettuare un'enorme manifestazione a cui partecipò tutta la feccia controrivoluzionaria.

Tutte le anomalie erano addossate alla CNT. Di tutti gli eccessi venivano incolpati gli anarchici. La scarsità di generi alimentari era attribuita ai comitati di rifornimento.

Il 3 maggio del 1937 si ebbe l'esplosione. Il commissario per l'ordine pubblico - Rodríguez Salas - con il beneplacito di Ayguadé [Consejero de Gobernación nel governo catalano; N.d.T.] - alla testa di un gruppo di Guardias de Asalto irrompe nella sede della Telefónica e cerca di disarmare i compagni della CNT, nonostante che sulla Telefónica esistesse il controllo dei sindacati.

L'impresa del provocatore Rodríguez Salas - militante del P.S.U.C. [il partito socialista unificato di Catalogna, in cui erano confluiti piccoloborghesi, socialisti e stalinisti, e che si trovava sotto il rigido controllo di quest'ultimo; N.d.T.] - fu come uno squillo di tromba. In poche ore si alzarono le barricate in tutte le strade di Barcellona. Cominciarono a crepitare i fucili e le mitragliatrici, e nell'aria risuonarono i colpi di cannoni e l'esplosione delle bombe.

La lotta fu decisa in poche ore a favore del proletariato legato alla CNT, che a luglio aveva difeso le sue prerogative armi in pugno. Conquistammo le strade. Barcellona era nostra. Non c'era potere umano che ce la potesse disputare. Le barricate operaie caddero rapidamente in nostro potere. E a poco a poco il ridotto degli avversari restò circoscritto a una parte della città - il centro urbano - che sarebbe stato presto conquistato se non fosse intervenuta la defezione dei comitati della CNT.

Il nostro Gruppo, resosi conto delle indecisioni manifestatesi nel corso della lotta, e della mancanza di direzione tanto nelle strade quanto organica, diffuse un volantino e più tardi un manifesto.

Fummo chiamati agenti provocatori perché esigevamo la fucilazione dei provocatori, la dissoluzione dei corpi armati, la soppressione dei partiti politici che avevano armato la provocazione, oltre alla costituzione di una Giunta rivoluzionaria, al completamento della socializzazione dell'economia e all'attribuzione di tutto il potere economico ai sindacati.

La nostra opinione, esposta in quegli algidi istanti, attraverso il volantino e il manifesto, consisteva nella necessità di non abbandonare le barricate senza condizioni, poiché si verificava il primo caso nella storia di un esercito vittorioso che cede il terreno all'avversario.

Ci volevano garanzie sul fatto che non ci sarebbero state rappresaglie. Ma i caciques della CNT assicuravano che i rappresentanti dell'organizzazione nella Generalitat avrebbero vegliato per la classe lavoratrice. Ciò nonostante si verificò la seconda parte di quello che era accaduto ore prima a Valencia.

Le barricate furono abbandonate senza che ce ne fosse motivo. A mano a mano che si rasserenava l'orizzonte catalano, furono conosciute le violenze commesse dai marxisti e dalla forza pubblica. Avevamo ragione. Il compagno Berneri fu tratto fuori dal suo domicilio e ucciso a colpi di pistola in piena strada; trenta compagni orribilmente mutilati a Sardañola; il compagno Martínez, delle Juventudes Libertarias, ucciso in modo misterioso nelle mani della Ceca, e un consistente numero di compagni della CNT e della FAI vilmente assassinati.

Dobbiamo ricordare che il professor Berneri era un colto compagno italiano, di questa Italia antifascista che nutre le isole di deportazione, i cimiteri e i campi di prigionia: egli, al pari dei suoi compagni antifascisti, non poteva rimanere nell'Italia di Mussolini.

Un'intensa ondata repressiva fece seguito a queste uccisioni: detenzioni di compagni per le giornate di luglio e di maggio, assalti a sindacati, collettività, sedi degli Amigos de Durruti, delle Juventudes Libertarias, del P.O.U.M.

Un avvenimento deve essere rimarcato. La scomparsa e la morte di Andrés Nin. Più di un anno e mezzo è trascorso, e il Governo ancora deve chiarire il presunto mistero che circonda l'assassinio di Nin. Si saprà un giorno chi ha ucciso Nin?

Dopo maggio la controrivoluzione si è sentita più forte che mai. Le potenze straniere hanno aiutato questa reazione della mesocrazia. In pochi giorni si costituisce il Governo Negrín, nato con due obiettivi: annichilire la frazione rivoluzionaria del proletariato, e preparare un abbraccio di Vergara [si riferisce all'abbraccio tra il comandante delle truppe "liberali" e quello delle truppe carliste, che nel secolo precedente aveva posto fine alla guerra civile fra liberali e reazionari; N.d.T.]. E in Catalogna si è costituito un governo di Segretari di partiti politici e di organizzazioni sindacali finché Luis Companys non ha cacciato fuori dalla Generalitat i rappresentanti della CNT.

Gli avvenimenti di maggio hanno caratteristiche diverse da quelli di luglio. In maggio il proletariato si è battuto con uno spirito nettamente di classe. Non c'è alcun dubbio che la classe lavoratrice voleva radicalizzare la rivoluzione.

Per quanto la stampa reazionaria cerchi di appannare la natura degli avvenimenti di maggio, essi passeranno alla storia come un gesto rapido e opportuno del proletariato che, sentendo minacciata la rivoluzione, scese nelle strade per salvarla e rivalorizzarla.

A maggio eravamo in tempo per salvare la rivoluzione. Chissà che molti non si pentano di avere fatto cessare il fuoco in questi storici momenti. E se no, che puntino gli occhi sulle carceri stipate di lavoratori.

Il Gruppo Los Amigos de Durruti compì il suo dovere. Fummo gli unici ad essere all'altezza delle circostanze. Sapemmo prevedere i risultati.

Non si potrà mai dimenticare maggio. Fu il colpo più forte portato dai lavoratori nei portici della borghesia. Gli storici, parlando delle giornate di maggio dovranno rendere giustizia al proletariato catalano che in quei giorni pose le pietre per una nuova fase che deve essere proletaria, al cento per cento.

 

L'indipendenza della Spagna

L'intervento delle potenze straniere è tornato a porre sulla scacchiera spagnola l'eterno problema in cui si è dibattuto il nostro paese. Dal secolo XVI la politica spagnola è stata feudo delle potenze straniere. Due dinastie, l'austriaca e la borbonica, oltre al breve regno di Amedeo di Savoia, hanno soggiogato gli spagnoli fino al 14 aprile del 1931.

L'indipendenza della Spagna è sempre stata un mito. Il Foreign Office e il Quai d'Orsay hanno giocato un ruolo importantissimo nelle nostre decisioni.

Si ricordi che l'indulto a Sanjurjo per la sollevazione dell'agosto del 1932 fu concesso a seguito delle pressioni del governo francese.

L'economia spagnola, che è agricola per eccellenza, ci ha tenuti legati alle grandi potenze industriali. Per esportare i nostri prodotti agricoli ci siamo visti costretti a comprare macchinari che potevamo fabbricare nel nostro territorio. E perché Londra ricevesse le nostre arance, ci si impediva di comprare carbone inglese, con il contrasto derivante dal fatto che si dovevano ridurre le giornate di lavoro nei bacini carboniferi esistendo stocks sovrabbondanti di questo minerale.

Esportiamo ferro, rame e altri minerali, e poi compriamo dalla stessa nazione che ci comprava la materia prima le macchine fabbricate con il materiale esportato.

Il nostro sottosuolo è ricchissimo, ma è posseduto dal capitale estero. I tentacoli della finanza internazionale imprigionano il nostro paese e divorano la ricchezza nativa. I lavoratori spagnoli hanno lavorato sempre per soddisfare i dividendi e i benefici consistenti di azionisti e reddituari stranieri.

Lo spirito di indipendenza degli spagnoli si è manifestato dagli albori della nostra storia. Molteplici sono state le invasioni, ma non hanno mai potuto abbattere il sacro spirito di indipendenza.

Ma nei tempi degli iberi, dei fenici, dei cartaginesi, dei romani, degli arabi, dei francesi, non si manifestavano specifiche e differenti caratteristiche sociali durante le varie invasioni.

Nell'invasione napoleonica lottavano insieme liberali e assolutisti. Al fianco del Cura [prete; N.d.T.] Merino si trovava El Empecinado [l'impeciato; N.d.T.], seppure solo momentaneamente.

Nella spedizione del Duca di Angouleme, voluta da Vienna per la Santa Alleanza, già si manifestò una differenza in ambito peninsulare. Il Cura Merino lottava al fianco delle forze d'invasione. In cambio El Empecinado si opponeva all'entrata di forze straniere.

Oggi si ripete quanto accaduto all'epoca di Fernando VII. A Vienna si è anche tenuta una riunione dei dittatori fascisti, per chiarire il loro intervento in Spagna. E il posto occupato dall'Empecinado è oggi dei lavoratori in armi.

Germania e Italia sono carenti di materie prime. Hanno bisogno di ferro, rame, piombo, mercurio. Ma questi minerali spagnoli sono detenuti da Francia e Inghilterra. Nonostante che cerchino di conquistare la Spagna, l'Inghilterra non protesta in modo irato. Sotto banco cerca di negoziare con Franco.

E nel corso della guerra il blocco ai nostri porti ha contribuito alla situazione attuale. Le navi fasciste scaricano materiale bellico nei porti dei faziosi e caricano minerali, prodotti dell'allevamento, olio, etc. Il fascismo internazionale ha bisogno di alimenti. Il motto di Hitler, più cannoni e meno burro, unitamente all'autarchia di Mussolini, li induce a saccheggiare le regioni agricole che si trovano sotto l'oppressione dei generali insorti.

Sotto l'aspetto economico siamo sempre dipesi dall'estero. I trattati commerciali e la bilancia dei pagamenti, non ci hanno mai favorito. Questo ha costituito un incubo per la nostra economia.

Il problema della Spagna ha un carattere coloniale. Il capitalismo che ha abbattuto il feudalesimo, incorre in una contraddizione, sostenendo il regime feudale nei paesi che desidera sfruttare. È il caso della Spagna come della Cina.

La classe lavoratrice deve conseguire l'indipendenza della Spagna. Non sarà il capitalismo indigeno a ottenerlo, posto che il capitale internazionale presenta intrecci molto forti al di là delle frontiere. Questo è il dramma della Spagna attuale. Tocca ai lavoratori abbattere i capitalisti stranieri. Non è un problema patriottico. Si tratta di un caso di interesse di classe.

Per come si sviluppano gli intrighi internazionali, è presumibile che l'Inghilterra cerchi di liquidare il problema spagnolo in base ad uno statu-quo vergognoso. Ci saranno concessioni economiche e coloniali a Germania e Italia? Si concederà parte dello sfruttamento del nostro sottosuolo alle potenze straniere? Si divideranno la Spagna?

All'Inghilterra interessa la nostra ricchezza mineraria, ma il ricatto fascista è tanto colossale che si sparge per tutto il mondo, aggiungendo il famoso patto anticomunista, di modo che la bionda Albione potrebbe cedere, nonostante che non possa tollerare che minaccino il libero passaggio delle sue navi attraverso il Mare Nostrum.

Difficile è vaticinare il futuro. Non dobbiamo confidare nella Società delle Nazioni, né nei molteplici comitati, subcomitati, né nelle Conferenze che come a Nyon si svolgono solo per allungare il brodo. Ma possiamo rimarcare che i conservatori inglesi ricorrono a Lord Halifax, il massacratore delle Indie.

Solo una domanda: vorrà la Francia mettere in gioco la sua sicurezza non solo marittima, ma anche terrestre? Proseguirà la Francia nella politica di non intervento forgiata da León Blum? Vorrà rinunciare al suo esercito coloniale?

Non confidiamo in nessuno. La salvezza è nelle nostre mani. Le potenze straniere inclinano vero il male minore, verso il pasticcio. E la classe lavoratrice saprà impedire che la Spagna sia sottoposta a uno statuto internazionale del tipo di Tangeri, di Danzica, della Sarre.

Vincere o morire, compagni. Questo è il dilemma dell'ora attuale.

 

Il collaborazionismo e la lotta di classe

Nel movimento operaio spagnolo, come in generale è accaduto in tutti i paesi, si vanno manifestando due tendenze. La collaborazionista e quella che non ammette transazioni di nessuna specie con l'avversario.

Sul nostro suolo il socialismo, con la sua appendice sindacale, la UGT, ha incarnato il classico ruolo dei riformisti, il cliché degli operai rinnegati ovvero degli intrusi nelle organizzazioni operaie i quali tendono esclusivamente ad aggiogare il proletariato al carro della borghesia.

Sono notorie le manifestazioni di Indalecio Prieto nel biennio rosso, a proposito dello sciopero dei ferrovieri, che caratterizza l'entrata del collaborazionismo. In quell'occasione don Inda proclamava "Sono più ministro che socialista".

La rivoluzione spagnola ha sofferto della conosciuta influenza dei riformisti sulle sue direttrici. Non si è voluto interpretare il senso sociale e di classe che traspariva dalle giornate di luglio.

La lotta di classe che sempre era stata patrocinata dalla CNT è passata a essere secondaria per una sfilza di questioni che hanno pregiudicato enormemente il corso della rivoluzione. E constatando questo abbandono, non soltanto dobbiamo lamentare la deturpazione della rivoluzione, ma anche constatiamo la perdita di posizioni di carattere organico per non aver mantenuto i percorsi della rivoluzione su un terreno classista, e per aver conculcato il Sindacalismo Rivoluzionario.

I sindacati sono gli organi che rappresentano in modo genuino lo spirito di classe dei lavoratori nella loro eterna pugna contro il capitalismo. Se releghiamo in secondo piano i sindacati, forzatamente il proletariato deve sentirsi pregiudicato nei suoi stessi interessi.

La collaborazione è funesta in ogni momento. Non si deve collaborare con il capitalismo, né fuori dallo Stato borghese né all'interno delle medesime sfere governative. Il nostro ruolo come produttori si trova nei sindacati, rafforzando gli unici strumenti che devono sussistere dopo una rivoluzione guidata dai lavoratori.

La lotta di classe non è di impedimento perché nel momento attuale i lavoratori continuino a lottare sui campi di battaglia ed a lavorare nelle industrie belliche. Ma si deve tenere nel giusto conto che impiantandosi un nuovo movimento si deve procedere con senso di classe e dando la debita priorità ai sindacati.

Al margine dei sindacati non può esistere altro organismo economico che ne comprima le facoltà. E a fronte dei sindacati non può essere mantenuto uno Stato, e nemmeno lo si può rafforzare con le nostre forze. La lotta col capitale continua. Esiste una borghesia nel nostro territorio che è in collegamento con la borghesia internazionale. Il problema è lo stesso degli anni scorsi.

Manteniamo la personalità dei sindacati. Seguiamo la traiettoria segnalata dalla CNT nel suo peculiare opporsi alla borghesia indigena, come è sempre stato norma prima del 19 luglio.

I collaborazionisti sono alleati della borghesia. Gli individui che propugnano tale collegamento non sentono la lotta di classe né hanno la benché minima stima per i sindacati.

In nessun istante si deve accettare il consolidamento del nostro avversario.

Il nemico si deve batterlo. E se in determinate occasioni si effettua una pausa, non si deve convertire questa digressione sociale in una posizione di franco aiuto al capitale.

Tra sfruttatori e sfruttati non può esserci il benché minimo contatto. Solo la lotta deve decidere chi si imporrà. O i lavoratori o i borghesi. Ma in nessun modo entrambi insieme.

L'avvenire è nelle mani della classe lavoratrice. I paria non hanno nulla da perdere e in cambio possono guadagnare la loro emancipazione, che è l'avvenire della famiglia operaia.

Rompiamo le catene. Rafforziamo i sindacati. Manteniamo lo spirito della lotta di classe.

 

La nostra posizione

È il momento di concretizzare. Facciamolo in relazione a ciascuno dei problemi che pone la presente situazione.

Di fronte al problema della guerra siamo fautori del più assoluto controllo della classe lavoratrice sull'esercito. Gli ufficiali che vengono dal vecchio regime non meritano la nostra minima fiducia. Ci sono state numerose diserzioni e la maggior parte dei disastri che abbiamo incassato sono dovuti a evidenti tradimenti dei comandi. E per quanto attiene all'esercito propugniamo un esercito rivoluzionario diretto esclusivamente dai lavoratori, e nei casi di impiego di ufficiali essi devono essere sottoposti ad un controllo rigoroso.

Reclamiamo la direzione della guerra per i lavoratori. Abbiamo motivi sufficienti per questo. Le sconfitte di Toledo, Talavera, la perdita del Nord e di Málaga, denotano una mancanza di competenza e di onorabilità nelle sfere governative per le ragioni seguenti:

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Siamo nemici della collaborazione con i settori borghesi. Non crediamo che si possa abbandonare il senso di classe.
I lavoratori rivoluzionari non devono ricoprire incarichi ufficiali né stabilirsi nei ministeri. Si può collaborare finché duri la guerra sui campi di battaglia, nelle trincee, nei parapetti, e producendo nelle retrovie.

Il nostro posto è nei sindacati, nei luoghi di lavoro, mantenendo lo spirito di ribellione che affiorerà alla prima occasione che si presenti. Questo è il contatto che dobbiamo mantenere.

Non si deve partecipare a collegamenti in cui i politici borghesi complottino con le cancellerie straniere. Vuol dire rafforzare i nostri avversari e valorizzare di più il laccio capitalista.

Non più portafogli ministeriali. Non più ministeri. Torniamo ai sindacati.

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Propugniamo l'unità del proletariato. Ma si intenda bene, questa unità deve realizzarsi tra lavoratori e non con i burocrati o con chi è immischiato nei favoritismi.

Attualmente è praticabile un'intesa della CNT con la componente rivoluzionaria della UGT. Non crediamo realizzabile un'intesa con la UGT della Catalogna né con i prietisti. 

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La socializzazione dell'economia è indispensabile per il trionfo della guerra e per l'incanalamento della rivoluzione. Non si può preservare l'attuale scollegamento. Né può essere considerato proficuo che i vari centri di produzione non marcino in modo coordinato.

Ma devono essere i lavoratori a fare ciò.

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Il problema religioso non deve essere rimosso. Il Popolo ha già detto la sua ultima parola. Ciò nonostante sembra che si tenda ad aprire nuove chiese. Mettere in vigore la libertà di culto e la celebrazione delle messe, ci stimola a supporre che i governanti dimenticano le grandi giornate incendiarie.

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La distribuzione dei prodotti deve essere razionata in modo assolto. Non si può tollerare che i lavoratori non possano mangiare mentre i benestanti trovano il cibo nei ristoranti controllati dalla stessa classe lavoratrice.

Si deve socializzare la distribuzione, insieme a un razionamento rigoroso.

La burocrazia deve sparire. Le migliaia di burocrati che sono arrivati a Barcellona rivelano una delle maggiori piaghe di cui soffriamo. In luogo del burocrate ci deve essere un lavoratore. E come burocrate intendiamo il pigro, l'individuo da café.

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Soppressione assoluta della burocrazia.

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I guadagni favolosi devono sparire immediatamente. Sono uno scherno per i miliziani che riscuotono dieci pesetas al giorno e in cambio esistono paghe sostanziose riscosse dai burocrati Azaña e Companys che le percepiscono da tempo.

Noi vogliamo l'instaurazione del salario familiare. E che la si faccia finita una volta per tutte con questa irritante disuguaglianza.

La giustizia deve essere esercitata dal popolo. Non si può consentire che la deviazione sorga su questo terreno. Dai primi tribunali di classe si è caduti in alcuni organismi integrati dai magistrati di carriera. E siamo tornati a stare come prima. E ora verranno soppressi i giurati.

La giustizia proletaria appartiene solamente ai lavoratori.

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La campagna spagnola deve essere socializzata. Il sabotaggio delle collettivizzazioni ha enormemente intorpidito la vita del nostro suolo e favorito la speculazione. L'interscambio tra la città e la campagna avvicinerà i contadini alla classe proletaria. E si vincerà la mentalità del lavoratore dei campi che è abituato a coltivare con un limite determinato.

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I problemi culturali, come ogni altro aspetto riferito a qualsivoglia attività del paese, di carattere sociale, culturale o economico, sono strettamente di competenza dei lavoratori, che sono quelli che hanno forgiato la nuova situazione.

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L'ordine rivoluzionario verrà gestito dagli operai. Esigiamo la dissoluzione dei corpi armati in uniforme, che non sono di nessuna garanzia per la rivoluzione. I sindacati devono avallare gli incaricati di vigilare sul nuovo ordine che vogliamo impiantare.

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Per quanto attiene alla politica internazionale, non accetteremo nessun armistizio. E per quanto si riferisce alla propaganda della nostra rivoluzione vogliamo effettuarla nei centri produttivi esteri, e non nelle cancellerie e ancor meno nei cabaret.

Ai lavoratori stranieri si deve parlare con un linguaggio rivoluzionario. Finora si è impiegato un lessico democratico. Si deve inculcare nelle organizzazioni operaie di tutto il mondo la consapevolezza della necessità che si muovano, che sabotino i prodotti fascisti; che rifiutino di imbarcare materie prime o materiale bellico per gli assassini del popolo spagnolo. E che manifestino nelle strade, che esigano da loro governi che si faccia giustizia per la causa che stiamo difendendo e che è la causa del proletariato mondiale.

 

Il nostro programma

Le rivoluzioni non possono essere vittoriose se sono assenti su certe direttrici e certi obiettivi immediati. Nella rivoluzione di luglio abbiamo potuto constatare questa falla. La CNT nonostante la sua forza non seppe approfittare delle gesta avvenute nelle strade con carattere di spontaneità. Gli stessi dirigenti rimasero sorpresi di fronte ad avvenimenti che per essi dovevano essere catalogati come qualcosa di imprevisto.

Non si seppe che cammino seguire. Mancò una teoria. Abbiamo trascorso una serie di anni muovendoci intorno ad astrazioni. Che fare? Si sarebbero domandati i dirigenti di quel momento. E lasciarono che la rivoluzione perdesse.
In questi istanti supremi non si deve vacillare. Ma si deve sapere dove si va. E questo vuoto lo vogliamo riempire noi, poiché vogliamo che non si possa ripetere quello che è accaduto a luglio e a maggio.

Nel nostro programma introduciamo una leggera variante dentro l'anarchismo. La costituzione di una Giunta rivoluzionaria.
A nostro modo di vedere la rivoluzione ha bisogno di organismi che vigilino per essa e reprimano, in un senso organico, i settori avversari, che le circostanze attuali ci hanno dimostrato non essere rassegnati a sparire se non li si schiaccia.

Può darsi che ci siano compagni anarchici che sentano certi scrupoli ideologici, ma la lezione patita è sufficiente perché si meni il can per l'aia. Se vogliamo che in una prossima rivoluzione non capiti esattamente lo stesso che è capitato in questa, si deve procedere con la massima energia con chi non si identifica con la classe lavoratrice.

Fatto questo breve preambolo, andiamo a tracciare i nostri punti programmatici:

I.- Costituzione di una Giunta rivoluzionaria o Consiglio Nazionale di Difesa. 

Questo organismo si costituirà nel modo seguente: i membri della Giunta Rivoluzionaria saranno eletti democraticamente negli organismi sindacali. Si terrà conto del numero dei compagni sparsi al fronte, che forzatamente dovranno avere una rappresentanza. La Giunta non si immischierà nelle questioni economiche che attengono esclusivamente ai sindacati.

Le funzioni della Giunta Rivoluzionaria sono le seguenti: 

  1. Dirigere la guerra. 
  2. Vigilare sull'ordine rivoluzionario. 
  3. Gli affari internazionali. 
  4. La propaganda rivoluzionaria.

Gli incarichi verranno rinnovati periodicamente per evitare che qualcuno abbia dell'attaccamento per l'incarico ricoperto. Le Assemblee sindacali eserciteranno il controllo sulle attività della Giunta.

II.- Tutto il potere economico ai sindacati.

I sindacati hanno dimostrato da luglio il loro grande potere costruttivo. Se non fossero stati relegati in un ruolo di seconda fila, avrebbero prodotto un grande rendimento. Saranno le organizzazioni sindacali a strutturare l'economia proletaria.

Tenuto conto delle modalità dei sindacati e delle federazioni dell'Industria, potrà inoltre essere creato un Consiglio dell'Economia con l'obiettivo di coordinare meglio le attività economiche.

III.- Municipio Libero. 

In Spagna prima delle dinastie straniere le prerogative municipali erano difese con grande impegno. Questa decentralizzazione permette di evitare che si formi una nuova struttura statale. E quell'abbozzo di libertà che soccombette, risorgerà nella nuova Spagna patrocinata dal proletariato. E si risolveranno i c.d. problemi catalano basco, etc.

I Municipi si faranno carico delle funzioni sociali che sfuggono alla sfera di competenza dei sindacati. E poiché andiamo a strutturare una società rigorosamente di produttori, saranno gli stessi organismi sindacali a rifornire i centri municipali. E non avendo disparità di interessi non potranno esistere antagonismi.

I Municipi si costituiranno in federazioni locali, regionali e peninsulari. I sindacati e i Municipi stabiliranno relazioni in ambito locale, regionale e nazionale.

 

Verso una nuova rivoluzione 

Il retrocedere della rivoluzione di luglio è stato rapido. Nessuna delle rivoluzioni che si considerano archetipo dei sommovimenti sociali ha sofferto di una tanto vertiginosa decadenza.

Non si può teorizzare intorno alla successione degli avvenimenti perché la rivoluzione ormai non esiste. È necessario aprire nuovamente una breccia nella inesauribile fucina della Spagna proletaria. C'è da ricominciare.

Le rivoluzioni si ripetono nel nostro paese con molta frequenza. Alcune volte vengono tentate senza un contesto appropriato e senza possibilità di trionfo. Bisogna saper scegliere il momento psicologico e insurrezionale. Dalla scelta azzeccata dipende il successo.

Non è facile fare profezie. Chi è capace di indovinare quando sarà possibile un nuovo luglio o piuttosto un nuovo maggio? Ciò nonostante presumiamo che in Spagna torneranno a prodursi avvenimenti del genere.

Se la guerra continua ad avere un decorso sfavorevole, ci si dovrà sbarazzare di tutti i politici che stanno cercando il modo di patteggiare una tregua o un abbraccio. Una buona prova di questo è il sabotaggio della guerra, delle industrie belliche e del mare magnum di rifornimenti, per non parlare della carestia di generi alimentari voluta dai governanti per creare un ambiente favorevole ai loro piani di strangolamento.

Può capitare che si patteggi un abbraccio. Sarà un occasione per opporvisi con le armi. E nel caso che si vinca la guerra al ritorno dei compagni dal fronte si riapriranno i problemi che oggi si presentano a uno stadio molto acuto. Come si risolveranno?

Come si convertita l'industria di guerra in una industria di pace? Si darà lavoro a combattenti? Si darà soddisfazione a tutte le vittime? Si rassegnerà l'ufficialità a rinunciare alle sue prebende? Si potranno riconquistare i mercati?

I momenti che abbiamo descritto sottolineano distinte posizioni. Non siamo in grado di predire quale di esse prevarrà. Tuttavia il problema consiste nel preparare una nuova sollevazione affinché il proletariato assuma in modo netto la responsabilità del paese.

Non ci si può tacciare di nervosismo. Il momento attuale non ha nulla di rivoluzionario. La controrivoluzione osa commettere ogni genere di abuso. Le carceri sono piene di lavoratori. Le prerogative del proletariato sono in palese declino. Gli operai rivoluzionari vengono posti in stato di inferiorità. Il linguaggio dei burocrati, in uniforme o senza, è intollerabile. Per non parlare di quello delle Guardie di Assalto verso i sindacati.

Non resta altra via che quella di una nuova rivoluzione. Procediamo verso la sua preparazione. E nel fragore della nuova impresa troveremo di nuovo nelle strade i compagni che oggi combattono al fronte; i compagni che sono in prigione e quelli che nell'ora attuale non hanno perduto la speranza di una rivoluzione che renda giustizia alla classe lavoratrice.
Al conseguimento di una nuova rivoluzione che dia completo soddisfacimento agli operai della città e della campagna. Al conseguimento di una società anarchica che soddisfi le aspirazioni umane.

Avanti compagni!!


Bibliografia essenziale

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