IL "PROGRAMMA MINIMO" NELLA STORIA DEGLI ANARCHICI

 

Nel breve arco di una relazione* non è possibile esaurire un argomento così complesso ma ritengo opportuno iniziare con un esempio fra i più significativi per far comprendere cosa intendono i comunisti anarchici per "programma minimo".

Riportiamo il  "Programma minimo" degli anarchici italiani, pubblicato nel numero del 30 dicembre 1944 di "Umanità Nova", ed. della Federazione Comunista Libertaria Laziale (riportato alla luce da SACCHETTI, Giorgio, Gli anarchici nella Resistenza, in BFS, L'antifascismo rivoluzionario, Pisa, 1993)

I. Decadenza della monarchia e proclamazione della Repubblica federativa socialista dei liberi comuni italiani.

II. Soppressione totale ed assoluta del fascismo

III. Arresto processo e condanna di tutti i responsabili, fautori, sostenitori, profittatori della guerra e del fascismo: Re, Principe ereditario, Principi sabaudi, ministri del regime fascista, squadristi..

IV. Ricerca e punizione di tutti i criminali di guerra e collaboratori dei nazifascisti.

V. Ricerca e punizione di tutti i volontari della guerra antirivoluzionaria di Spagna.

VI. Soppressione dell' esercito e dei corpi armati di polizia della Stato. Costituzione della nazione armata e della Guardia civica repubblicana.

VII. Espropriazione e socializzazione della grande proprietà industriale e terriera, da assegnare alle cooperative di lavoratori..

IX. Socializzazione di tutti i servizi pubblici: acqua, elettricità,gas, trasporti, telefoni, posta.

X. Sgombero delle macerie... inizio dei lavori di ricostruzione..

XI.Nazionalizzazione della casa da assegnare in uso alle famiglie dei lavoratori.

XII. Adeguamento effettivo dei salari e stipendi al costo della vita.

XIII. Riforma fiscale e tributaria, con aumento della quota a carico del capitale e soppressione assoluta della quota a carico del lavoro.

XIV. Partecipazione diretta dei lavoratori alla gestione amministrativa dei comuni, resi autonomi ed indipendenti dall'autorità statale.

XV. Repressione totale ed energica del mercato nero e della criminalità, senza discriminanti e senza attenuanti..

Viva la libertà! Viva l'anarchia"

Ottobre 1944 GLI ANARCHICI


Per gli anarchici "puristi" che di lì a poco si impossesseranno della Federazione Anarchica Italiana, questo programma apparve così minimo e così poco anarchico, da scomparire in tutte le ricostruzioni storiche successive, che tenderanno invece ad esaltare ed illustrare "l'idea anarchica" nella sua forma più pura e incontaminata e la lunga serie di comizi, e di iniziative per "la propaganda orale", che furono per storici ufficiali dell'anarchismo come Fedeli la caratteristica fondamentale dell'anarchismo del secondo dopoguerra. Lo stesso Sacchetti, un po' stupito, commenta questo " programma minimo", dicendo che "denota per i suoi contenuti notevoli aspetti di contiguità con il filone azionista-repubblicano e liberal-socialista dello schieramento antifascista".

Lo stupore con il quale è ancora oggi accolto questo programma deriva dall'ignoranza, volontaria spesse volte fino alla rimozione consapevole, dell'esperienza degli anarchici, non solo italiani, nel ventennio precedente.

Questo programma per gli estensori è infatti un "programma minimo", volendo con ciò richiamare l'attenzione al fatto che alle spalle c'è un'elaborazione più complessa e articolata. Questo programma è in sostanza il "Che Fare?" che gli anarchici hanno elaborato in anni di confino, carcere, riflessioni sull'esperienza spagnola e sulle meno recenti sconfitte a causa della svolta reazionaria che ha attanagliato l'Europa.

Al confino per esempio non si mantiene solo "accesa la fiaccola dell'anarchia" come sembrano adombrare gli scritti di Fedeli, ma si discute e si riflette sulla sconfitta subita ad opera del fascismo, su cosa non ha funzionato, in sintonia con il dibattito che le componenti più avanzate e più attente dell'anarchismo internazionale stanno svolgendo. Si pensi ai russi emigrati in Francia e al dibattito che negli anni venti porta l'anarchismo francese su basi decisamente comuniste anarchiche, quasi piattaformiste.

Nelle discussioni che si accendono al confino le posizioni individualiste sono minoritarie, come del resto erano state in precedenza, anche se rumorose, e tali resteranno fino al 43-44, allo sbarco di alcuni fedeli dell'"Adunata", paracadutati in Italia dall'Intelligence Service e dagli Alleati. La maggioranza degli anarchici al confino non mette in discussione la necessità di azione fra le masse, degli accordi con le altre forze e partiti rivoluzionari, come deliberato al Congresso della Unione Anarchica Italiana di Bologna del 1920, conosciuto come strategia del Fronte Unico Rivoluzionario.

Per semplificare vi riporto un pezzo tratto da N. Malara, Antifascismo anarchico al confino, 1919-1945, Sapere 200, Roma,1995 che nella sua semplicità e sinteticità, chiarisce dal di dentro di una sofferta esperienza che livello di ripensamento elaborarono gli anarchici italiani, "quelli che rimasero" e molti di quelli costretti a fuggire: 

"L'Unione Anarchica Italiana - quale organizzazione di tutti gli anarchici - era stata per Binazzi troppo pluralista perché spesso 'i buoni sbagliano? Malatesta - era a lui che si riferiva con affetto - aveva voluto tenere per forza tutti insieme, malgrado che le differenze fossero grandi e profonde. La libertà di sperimentazione non può significare che ognuno agisce come più ritiene opportuno. Invece era proprio questo che era avvenuto con l'effetto di disperdere le forze e neutralizzarsi a vicenda".

L'influenza di Binazzi - ricordiamo il principale esponente fra coloro che aveva voluto fortemente la nascita dell'Unione Comunista Anarchica d'Italia nel 1919 e tra i promotori - attivissimo nonostante i settantadue anni - della rinascita del 1943 della FdCAI, nel dibattito al confino fu fortissima e si legò molto bene con l'esperienza maturata da molti anarchici italiani accorsi in Spagna. Questi non furono tutti delusi, come i "puristi", dai compromessi necessari per fare una rivoluzione mentre le forze reazionarie imponevano una guerra di grandi dimensioni. Lo stesso Claudio Venza in uno scritto su Umberto Marzocchi - noto militante anarchico e fra i dirigenti della FAI del dopoguerra - apparso sulla "Rivista Storica dell'anarchismo", a.2.n.1, rileva come il dibattito fra gli anarchici fosse molto articolato e non prevalessero le posizioni "puriste" e come le posizioni che Marzocchi esprime negli scritti del '37 siano molto più aderenti alle posizioni dell'anarchismo spagnolo di quanto in seguito vorrà dire lo stesso Marzocchi negli scritti degli anni '50 e '60. Nonostante tutte le contraddizioni nelle quali la situazione bellica dal '37 intrappola gli anarchici, con la necessità di riorganizzazione dell'esercito e centralizzazione dei comandi. 

"In ultima analisi - sostiene Marzocchi - non si poteva non collaborare con le altre forze antifasciste e non partecipare al governo per il semplice motivo che 'quando il nemico è alla porta, non si discute: si combatte? Nell'immediato futuro (si ricordi che scrive tra marzo ed aprile 1937) le linea che egli propone non si discosta da quella già intrapresa; nessuna svolta, quindi, bensì è necessario 'marciare fino all'estremo col popolo', a costo di fare ulteriori concessioni alle urgenze contingenti. Tutto ciò sarebbe giustificato dalla possibilità di 'conservare la propria personalità' nelle temperie pericolose della guerra, mantenendo la piena consapevolezza delle finalità libertarie da realizzare non appena la situazione lo avesse permesso".

Questa lunga citazione da Venza e il divagare precedente sull'esperienza anarchica nel ventennio fascista, ci permette di capire che per gli anarchici di allora la distinzione fra strategia, tattica, elementi di programma anarchici era molto chiara.

Quando si parlava di fronte unico rivoluzionario lo si vedeva come una strategia per ottenere il consenso delle masse ad un cambiamento che gli anarchici però con la loro organizzazione dovevano indirizzare verso obiettivi comunisti anarchici. Pensate a Maurizio Garino, esponente di punta dei Consigli di Fabbrica a Torino, che al Congresso di Bologna dell'UAI nel 1920 presenta una relazione sui Consigli di Fabbrica, dove il punto consigli di fabbrica sta come punto b di un punto dell'o.d.g. che suona: 4) rapporti con gli altri movimenti proletari: a) organizzazione di resistenza, b) consigli di fabbrica, c) Sovieti. Ma l'o.d.g. generale comprende in ordine: 

  1. relazione morale e finanziaria, della Commissione di corrispondenza,
    1. dichiarazione dei principi [teoria, strategia],
    2. norme di organizzazione interna della Unione;
  2. rapporti con gli altri movimenti proletari, rivoluzionari e sovversivi;
  3. rapporti col movimento operaio [detto sopra];
  4. stampa e propaganda 
    1. l'UAI per il quotidiano "Umanità Nova", 
    2. stampa periodica e pubblicazioni varie, 
    3. propaganda orale;
  5. rapporti internazionali 
    1. posizione di fronte alla terza internazionale 
    2. L'Internazionale Anarchica;
  6. agitazione pro vittime politiche;
  7. Nomina di un nuovo consiglio nazionale e fissazione della sede della nuova commissione di corrispondenza;
  8. varie.

Da questo o.d.g. emerge l'ampiezza del dibattito strategico e tattico (si possono vedere parti di relazioni su questi punti nel volume A. Dadà, L'anarchismo italiano tra movimento e partito, Milano, Teti, 1984. La parte più conosciuta e divulgata emersa dai lavori di questo congresso, il Programma (cosiddetto malatestiano, poi vedremo perché) è incomprensibile se non si capisce che scaturisce da un dibattito che discendendo dai "principi" - quella che per la Federazione dei Comunisti Anarchici e teoria e strategia di fondo -, articola una strategia politica adeguata ai tempi. Quale adeguamento ai tempi migliore del discutere dei rapporti con gli altri movimenti proletari, rivoluzionari e sovversivi e dei rapporti col movimento operaio nelle articolazioni che si è dato in quel momento, consigli e sovieti?. Il programma scaturirà dalle elaborazioni strategiche e degli adeguamenti di tattica necessari all'evolversi dei fatti e delle strutture organizzative dei movimenti proletari e del movimento operaio! Fuorviante presentare come è stato fatto anche dalle stesso Cerrito il Programma come la miglior elaborazione anarchica perché ulteriore ripensamento di Malatesta, e quindi riproponibile poi nel 1965 per "scacciare" gli individualisti dalla FAI!

Il Programma, per quanto quello del '20 in effetti sia inquinato dall'influenza malatestiana che annacqua programma e strategia politica spesse volte mescolate e confuse, non è riproponibile in situazioni date diverse. Quello che caratterizza gli anarchici è la teoria Comunista Anarchica, la strategia politica e il fatto che da queste discende un metodo di lavoro e di analisi che permette l'elaborazione di un programma che può unificare con le necessarie divergenze tattiche anche movimenti di vari paesi e situazioni simili, ma distanti. [vedi oggi in tal senso il programma di Ruesta, programma minimo dei Comunisti Anarchici europei].

Il periodo esaminato è ritenuto da alcuni troppo contagiato dalle idee "piattaformiste" che soffiano in Europa a causa della presenza di alcuni esuli russi come Makhno che avevano avuto modo e tempo di riflettere sui propri e gli altrui errori. Concludo perciò con il ritorno indietro a papà Bakunin e al suo concetto di programma.

Per far questo prendo in esame un documento di Bakunin, la "lettera a Celso Cerretti" del marzo 1972, molto apprezzato dai contemporanei e "rimosso" dai posteri finché non lo ristampò nel 1955 "L'Impulso", col titolo significativo "Lettera ai compagni d'Italia". E' un documento del periodo fra i più limpidi e precisi di Bakunin, un documento che anche Lehning, curatore di tutti gli scritti di Bakunin, ritiene uno dei punti più alti di elaborazione del nostro; merita di essere commentato per capire come egli arriva a definire ed indicare ai suoi compagni italiani un "piano e programma" della "prossima insurrezione nazionale".

Punto di partenza dell'analisi di Bakunin è la situazione politica dopo la morte di Mazzini e la debacle dei mazziniani, situazione che apre oggettivamente spazi all'ala antiautoritaria dell'Internazionale.

Bakunin richiama poi quelle che sono le idee base [teoria] dell'anarchismo: "la reale emancipazione del popolo non potrà essere conquistata che a mezzo della rivoluzione sociale" e "il rovesciamento dello Stato e del monopolio finanziario, questo è dunque il compito della rivoluzione sociale. Quale sarà il limite di questa rivoluzione? In teoria, per sua logica, essa va assai lontano. Ma la pratica resta sempre dietro la teoria perché essa è subordinata a un complesso di condizioni sociali, la cui somma costituisce la situazione obiettiva di un paese, e che pesa necessariamente su ogni rivoluzione veramente popolare. Il dovere dei capi sarà non di imporre le loro proprie fantasie alle masse, ma di andare tanto lontano quanto lo consentiranno o lo imporranno l'istinto e le aspirazioni del popolo. Il compito positivo della rivoluzione sociale sarà la nuova organizzazione della società più o meno emancipata.

Anche sotto questo rapporto l'ideale è assai chiaramente posto in sede teorica. Come organizzazione politica, è la federazione spontanea, assolutamente libera dei comuni e delle associazioni operaie; come organizzazione sociale è l'appropriazione collettiva del capitale e della terra da parte delle associazioni operaie. In pratica sarà ciò che ciascuna sezione, ciascuna provincia, ciascun comune, ciascuna associazione operaia potrà e vorrà, a condizione che a decidere sia veramente la reale volontà delle masse e non il capriccio, la fantasia o la ripugnanza dei capi.

Una delle maggiori cure di coloro che si trovano oggi alla testa del movimento rivoluzionario socialista in Italia, dovrebbe essere, a mio avviso, quella di ricercare e di fissare, per quanto è possibile farlo oggi, almeno le grandi linee del piano e soprattutto del programma della prossima insurrezione rivoluzionaria. Senza perdere mai di vista l'ideale che deve guidarci come la stella polare una volta guidava i marinai,- e con questa parola ideale io intendo la più completa giustizia, la più completa libertà, la più completa eguaglianza economica e sociale, la solidarietà universale e la fratellanza umana- per formulare un programma pratico e realizzabile, bisogna necessariamente tener conto della diversa situazione di ciascuna vostra provincia, come dello stato di certe classi che compongono la vostra società."

Passando quindi ad esaminare le "linee del piano e soprattutto del programma della prossima insurrezione rivoluzionaria", Bakunin si tuffa nell'analisi delle classi sociali, escludendo subito come oppositori "la nobiltà, l'alta borghesia finanziaria, commerciale ed industriale, tutti i grandi proprietari di terre e di capitali, e in grande parte anche la media borghesia..".

Delinea quindi una possibile alleanza per l'insurrezione nazionale fra il nucleo centrale della classe (formata dal proletariato cittadino, proletariato di campagna, operai e contadini), e altri gruppi sociali, che sono alleati ma devono restare esterni alle organizzazioni di classe (piccola borghesia della campagna e piccoli proprietari).

Dall'analisi della fase politica attuale e della individuazione delle possibili alleanza di classe discende un programma d'azione realizzabile che consisterà per Bakunin in tutte quelle azioni sia dimostrative che effettive tendenti all'"espropriazione dei detentori dei capitali e trasformazione del capitale in proprietà collettiva delle associazioni operaie; e organizzazione della solidarietà generale (...) completa libertà locale e presa di possesso di tutta la terra da parte dei lavoratori della terra (...) questi due ideali si possono ben conciliare nel principio della libera federazione dei comuni e delle associazioni operaie"

La lettera finisce con una parte dedicata alla necessità dell'organizzazione di "nuclei composti dai membri più sicuri, più fedeli, più intelligenti e più energici, in una parola dei più intimi,.. che formano gli stati maggiori, la rete ben organizzata e ben orientata dei capi del movimento popolare" che si distingue per qualità non per quantità, poiché ... "voi volete una rivoluzione popolare: perciò non avete da reclutare un esercito, perché il vostro esercito è il popolo".

Conclusioni: Per gli anarchici (ovvero comunisti anarchici, oggi, visto l'inflazione del termine da Bakunin in poi), oggi si può dire che se sono arrivati con Ruesta a definire un programma minimo è perché hanno alle spalle un progetto teorico - strategico comune. Non si può più scambiare un programma per un'elaborazione teorica o strategica e confondere i "sacri principi" [teoria] con la necessaria duttilità tattica e di programma. Penso a come si rivolterebbe nella tomba Bakunin se potesse sentire il dibattito sul municipalismo che si fa' oggi fra gli anarchici italiani; visto che per lui era una obiettivo strategico da raggiungere nella fase dell'insurrezione rivoluzionaria ed oggi viene scambiato alternativamente fra gli obiettivi di programma, i principi teorici e il programma, dimenticando che la collocazione di questo obiettivo non può essere disgiunta da una chiara definizione che si deve dare di dove si colloca.


Relazione presentata al Convegno "Un programma minimo per i Comunisti Anarchici" - Bologna, 17 dicembre 1995.

Assunta dal Congresso

Firenze, 13-14 dicembre 1997