Le lotte contro la precarietà e il CPE in Francia

Intervento alle Giornate Libertarie di San Polo d'Enza

 

Dalla metà degli anni 70 anche in Francia la borghesia si è lanciata contro le conquiste operaie dei decenni precedenti.

Usando la disoccupazione come arma, ha intrapreso una lunga battaglia per rendere la mano d’opera meno cara e più docile. Un obiettivo che qui in Francia è passato anche per la distruzione delle protezioni garantite dal contratto di lavoro. Se la norma, infatti, era il CDI (contratto a tempo indeterminato) senza limitazioni di durata e che da qualche garanzia in caso di licenziamento, dagli anni 80 i contratti a tempo determinato si sono moltiplicati.

Questi contratti (CDD, contratto a tempo determinato) possono avere modalità differenti ma un punto in comune: una durata limitata a 2 anni al massimo; il numero di CDD successivi nella stessa impresa è limitato legalmente ma non sempre nella pratica.

Esiste anche il contratto interinale, di breve periodo e rinnovabile un numero indefinito di volte. Oggi l’interinale è diventato la norma per decine di migliaia di giovani operai/e. In certe imprese gli interinali possono rappresentare fino alla metà degli occupati, e può capitare di lavorare 10 anni nella stessa azienda senza che il padrone ti assuma a tempo indeterminato. L'insicurezza totale, intrinseca nella condizione di interinale è il modo migliore di assicurarsi la docilità degli operai.

Alla fine del 1980, il governo socialista ha introdotto dei contratti a tempo destinati ai settori non commerciali, associazioni e le amministrazioni pubbliche. Questi impieghi sovvenzionati si sono sviluppati nel decennio scorso facendo nascere diversi tipi di contratti le cui caratteristiche sono in continuo mutamento, con una politica chiamata trattamento sociale del lavoro, Utile allo Stato per giocare con le cifre della disoccupazione, per esempio abbassarle appena prima di una tornata elettorale. Questi contratti raramente sfociano in un tempo indeterminato.

Infine vanno considerati i contratti di lavoro specifici destinati agli immigrati, in particolare in agricoltura, molto favorevoli ai padroni in quanto il permesso di soggiorno è legato direttamente al contratto di lavoro.

Così in 20 anni le forme di lavoro precarie sono aumentate moltissimo. Nel 1992, nel pubblico impiego non c'era che il 2% di lavoratori precari, percentuale che è diventata il 14% nel 2003, mentre nel privato si è passati dal 5% al 13%. Lo Stato è nel frattempo diventato il primo creatore di lavoratori precari. Cosa che viene utilizzata per ridefinire lo status dei funzionari pubblici.

Considerando tutti i settori insieme, il contratto a tempo indeterminato rappresenta oggi l’87% contro il 12,3% di tempo determinato, una situazione che degrada rapidamente visto che oggi come oggi più del 75% delle assunzioni riguarda lavori precari di cui soltanto 1/3 si trasforma in un lavoro a tempo indeterminato. Gli ultimi dati disponibili mostrano un forte aumento della precarizzazione: nel 2000 i CDD con durata inferiore ai 30 giorni rappresentavano il 35% delle assunzioni, nel 2006 rappresentano il 50%.

Poco a poco le generazioni che hanno vissuto un mondo del lavoro relativamente protetto, vengono sostituite da una generazione che non ha conosciuto che disoccupazione e precarietà Ma per la borghesia non è ancora sufficiente: l’obiettivo è quello di sopprimere rapidamente il CDD rimpiazzandolo con un contratto unico che istituzionalizzi precarietà per tutti. E’ con questo obiettivo che il governo Villepin ha lanciato nell’agosto del 2005 il CNE (contratto di nuovo impiego) e il CPE (contratto di primo impiego).

Si tratta sul piano teorico di 2 tipi di contratto a tempo indeterminato, dunque non precari, ma con un periodo di prova di 2 anni durante il quale il datore di lavoro può licenziare senza alcuna motivazione. In realtà sono quindi contratti molto precari. Il CNE è riservato alle aziende con meno di 20 dipendenti, il CPE per lavoratori con meno di 26 anni.

Dopo questa panoramica sull’evoluzione dei contratti di lavoro, passiamo a qualche elemento sulle categorie sociali più colpite: i giovani con meno di 30 anni, i vecchi con più di 50, le donne e gli immigrati.

Le donne, per esempio, rappresentano il 46% della popolazione attiva, il 54% dei disoccupati, il 58% dei contratti a tempo determinato, l’83% dei part-time ed il 78% dei lavoratori non qualificati.

Le giovani donne hanno un tasso di disoccupazione superiore del 3% a quelle dei loro coetanei maschi. Questo tasso si alza ancora di più tra le giovani donne immigrate che accumulano tutti questi handicap. Riguardo ai giovani, le cifre del 2003 mostrano un tasso di disoccupazione pari al 23% contro una media generale del 10%; una percentuale i part-time del 46% contro una media del 17%. All’interno di questa categoria, i figli di operai immigrati sono i più colpiti, ma la precarietà non risparmia i giovani dei ceti medi. Se gli studenti sono stati la punta del movimento contro il CPE è stato perché i figli della classe media sono sempre di più anch’essi vittime della precarietà, della disoccupazione e del degrado dei servizi pubblici. In 20 anni i prezzi dei servizi universitari, così come quelli delle mense o dei convitti, sono aumentati. Invece le borse di studio non sono certo aumentate con lo stesso ritmo, e la situazione è diventata difficile per gli studenti figli del popolo. Ma per gli studenti che non hanno diritto alle borse o ai convitti a causa del reddito dei genitori, le condizioni di vita sono ugualmente peggiorate, soprattutto a causa dell’aumento degli affitti dovuti alla speculazione immobiliare legata all’università. Come risultato, più della metà degli studenti sono costretti a lavorare per studiare e si tratta di lavori precari, in buona parte nel settore della ristorazione veloce. Come caso limite sembra che 40.000 studenti, soprattutto ragazze, dichiarano di prostituirsi occasionalmente per pagarsi gli studi. Questi elementi permettono di comprendere una parte delle ragioni della radicalità delle lotte studentesche.

Il movimento contro il CPE arriva dopo altri movimenti di giovani che hanno segnato gli anni recenti. Nella primavera del 2005, nei licei si è lottato contro la Legge Fillon (dal nome del ministro dell’istruzione all’epoca) che prevedeva una selezione molto precoce e apriva il sistema educativo alle imprese. Questa lunga lotta è stata una sorta di anticipazione delle mobilitazioni contro il CPE: si è visto da un lato l’importanza dell’auto-organizzazione e dei metodi dell’azione diretta e dall’altro una repressione poliziesca di grande violenza e l’utilizzazione da parte dei media degli scarsi -in verità- episodi di violenza per criminalizzare il movimento.

In autunno l’esplosione delle banlieus metteva in prima fila i giovani di origine immigrata su cui si accumulano precarietà e disoccupazione, mancanza di servizi pubblici, razzismo e persecuzione poliziesca. E’ ufficialmente per rispondere a questa rivolta che il primo ministro Villepin ha annunciato il 16 gennaio il progetto di legge LEC denominato "dell’uguaglianza delle opportunità", in cui l’art.8 introduce il CPE. Questa legge regressiva introduce anche l’apprendistato a partire dai 14 anni, il lavoro notturno a partire ai 15 e la sospensione dei sussidi familiari in caso di assenteismo scolastico. E’ contro questa legge che si coagula la protesta giovanile.

Il 19 gennaio 2006, le organizzazioni studentesche formano un collettivo nazionale che inizia un lavoro di controinformazione sulla LEC. E’ l’ovest della Francia che parte: l’8 febbraio, l’Università di Rennes II vota per lo sciopero e l’occupazione e invia delegazioni in tutte le università del paese, dove lo sciopero si estende poco a poco. Il 18 e 19 febbraio si svolge il primo coordinamento nazionale che risponde all’appello degli scioperanti di Rennes II, nel corso del mese di marzo il movimento mette radici: quasi tutte le facoltà sono occupate. Diversi licei, scuole superiori, IUT, (corsi universitari brevi normalmente di materie tecniche) si aggiungono al movimento. I picchetti sono generalmente usati per impedire le lezioni e rendere lo sciopero di massa, soprattutto nelle università e un po’ meno nei licei, a seconda dei rapporti di forza locali. Nelle università sono sovente accompagnati dalle occupazioni dei locali che permettono di organizzare le azioni ma anche concerti, dibattiti, eventi ludici. Tutto questo contribuisce alla lunga durata del movimento. A fine marzo, questo si radicalizza, le iniziative nei confronti degli operai si moltiplicano: volantinaggi, assemblee generali, intercategoriali, riuniscono studenti e lavoratori. Così si moltiplicano gli appelli allo sciopero generale che i grandi sindacati però bloccano e la maggioranza dei lavoratori si adegua. Viene perciò utilizzata una nuova tattica: il blocco dell’economia con delle azioni puntuali, di massa e spettacolari.

Il 30 marzo ed il 6 aprile, decine di migliaia di manifestanti invadono e bloccano i centri storici, le stazioni, gli aeroporti, le zone industriali o vie di comunicazione strategiche. In queste azioni, la presenza maggiore è quella degli studenti, ma sono presenti anche lavoratori.

Finalmente il 10 aprile, il CPE viene ritirato, ma non il resto della legge, compreso il CNE.

Per i grandi sindacati è la fine della mobilitazioni, la lotta contro il CNE deve proseguire nelle aule dei tribunali per vie legali. In questo contesto ed esausti da 2 mesi di lotte intense, gli studenti che vorrebbero andare avanti, sono costretti a tornare alla normalità. Dall’inizio alla fine, questa mobilitazione è stata interamente gestita dagli studenti: il sostegno dei lavoratori si è espresso tramite sondaggi di opinione e le rare giornate di mobilitazione intercategoriale. Qualche cifra: il 7 febbraio hanno manifestato 400.000 persone; bisogna poi aspettare il 7 marzo per la seconda giornata che mette in campo un milione di manifestanti che diventano 2 milioni il 18 marzo, 3 milioni il 28 marzo come pure infine il 4 aprile. I burocrati sindacali hanno fatto di tutto per mantenere il controllo su una lotta che avrebbe potuto radicalizzarsi e travolgerli. Ci sono riusciti, in parte, perché nessuna categoria, come i ferrovieri nel 1995 e nessuna corrente sindacale, come SUD o la CNT, sono stati capaci di sviluppare un’azione alternativa. Per quello che riguarda i lavoratori ha prevalso l’attendismo e l’espressione di una solidarietà reale ma misurata. La bassa percentuale di scioperanti è significativa: non è mai stato superato il 40% di adesioni allo sciopero tra i professori o il 25% nel settore dei trasporti. Molti lavoratori, in particolare nel privato, ma anche nel pubblico, hanno preferito mettersi in ferie piuttosto che scioperare. Gli studenti hanno insistito per lo sciopero generale, ma non hanno trovato grande attenzione nel sindacato., nemmeno in quei settori abitualmente più combattivi: la lotta per l’ennesima volta ha preso la forma di una rivendicazione per procura. La nostra analisi come Alternative Libertarie è stata di una vittoria limitata, che ha sconfitto solo il CPE ma non il resto della LEC, anche se il CNE è stato messo in dubbio in diverse sentenze, la precarizzazione non si arresta ed è in preparazione un nuovo contratto, il cosiddetto CDD senior, rivolto a chi ha più di 57 anni e che avrebbe una durata di 3 anni.

Si tratta comunque di una vittoria che ci voleva dopo le sconfitte degli anni precedenti: è la prima lotta di massa che porta a casa qualcosa dal 1995. D’altra parte, questa lotta è stato un grosso momento di politicizzazione per tutta una generazione. Decine di migliaia di giovani hanno sperimentato l’autogestione e l’azione diretta, e hanno stabilito un contatto con i lavoratori. Servirà per il futuro e per le nuove lotte che verranno.

Hervè Puzenat
(Alternative Libertaire - Marsiglia)


Intervento durante il dibattito "Precariato, bassi salari, lavoro migrante: la sfera dei diritti al tempo del liberismo capitalista" alle Giornate Libertarie a San Polo d'Enza, il 17 giugno 2006.