EDUCAZIONE CONFESSIONALE, EDUCAZIONE LAICA

Intervento al Convegno su "La Scuola Moderna di Francisco Ferrer" - Roma 4 maggio 1997

 

Più o meno nel 1903, Ferrer scriveva:"Il termine insegnamento non dovrebbe venir seguito da nessun qualificato; esso risponde unicamente alle necessità e al dovere che sente la generazione che vive nella pienezza delle sue facoltà di preparare la generazione nascente e di consegnarle il patrimonio del sapere umano. Questo insegnamento perfettamente razionale si praticherà ampiamente nelle epoche che verranno, in cui lo si potrà godere privato di tutte le superstizioni e di tutti i privilegi". (1)

Ne è passata di acqua sotto i ponti e la previsione del razionalista Ferrer è stata sottoposta a dura prova dal tempo e dalle vicende umane. L'insegnamento religioso, al pari di quell'insegnamento laico statalista ed istituzionale -che già Ferrer criticava alla "laica Francia- sembrano aver messo radici più profonde di quell'insegnamento razionale auspicato agli inizi del secolo nelle diverse esperienze di "Scuole Nuove" e "Scuole Ferrer" che si erano diffuse in Europa.

Il caso italiano è esemplare. Il Concordato del 1984 spalanca le porte della scuola pubblica statale alla Chiesa romana per ben 2 ore alla settimana in orario scolastico. E la Chiesa, se da un lato gongola nel sentire "laici" illustri considerare queste 2 ore come "cultura religiosa" o "cultura dei valori umani", dall'altro disegna questo insegnamento precisamente come "insegnamento catechistico". Non si vada colla mente a significati dispregiativi di indottrinamento acritico e meccanico svolto sulla base di formulette da mandare a memoria; il significato che la Chiesa Romana dà all'IRC è invece quello di insegnamento "autoritario", "edificante", "normativo", legato a una "verità oggettiva data", che sorpassa l'essere umano e la sua autonoma capacità dispositiva. E il maestro non è che il portavoce dell'autorità della Chiesa: si presenterà agli alunni come "attestazione" di una verità non disputabile e di origine celeste, di cui egli non è che un portavoce. Così lo vuole il Canone 804 del Codex, e il Canone 805 lo sottomette all'autorità della diocesi. La "verità religiosa" si fonda così sull'autorità che promana dal Signore, sulla fede necessaria per salvarsi, sul dovere di credere come obbligo di coscienza.

Come siamo lontani dal concetto di cultura, di persona, di interazione insegnamento/apprendimento, così come la ricerca umana contemporanea va definendo e sperimentando.

E i laicisti nostrani? E la sinistra? Dapprima hanno sottovalutato il fenomeno/movimento di Comunione e Liberazione che fin dagli anni '70 aveva dato l'assalto alla scuola pubblica in termini di reclutamento e di critica/invasione; in secondo luogo si è ridotto lo scontro con l'ingerenza cattolica -e solo quando questa si è resa lesiva- ad un fatto preminentemente giuridico e costituzionale. Il tentativo di addomesticare al pluralismo e ad un generoso e confuso senso del bene dell'uomo (del bambino) l'IRC (ma che male fa? gli fa solo bene ai bimbi!) ha facilitato la diffusione di quest'insegnamento, come di mostrano i dati sugli avvalentesi (94,4%)- con tanti genitori di sinistra compresi!- e quelli della spesa per la Finanziaria: intorno ai 1000 miliardi!! La battaglia a colpi di carta bollata ha sortito vittorie effimere: le varie sentenze di TAR e Corte Costituzionale hanno ampliato i diritti di chi non si avvale, ma hanno radicato nella scuola e nell'orario obbligatorio le 2 ore, che diventano 60 annue nella scuola materna! Eppure il "laicismo-a-perdere" continua a ritenere che il fatto religioso vada valorizzato dalla scuola in quanto parte della personalità degli alunni.

Purtroppo il fatto religioso, specialmente in tenera età, non può essere oggetto di insegnamento senza che sia contestualizzato, per cui si finisce nel cul-de-sac o nell'equivoco della religione di maggioranza e dei suoi riti.

Ci sono spazi per l'insegnamento laico e razionale nella pratica pedagogica quotidiana? Si possono snidare ed estirpare autorità e verità, dogma e mistero, che si annidano nelle pieghe dell'insegnamento/apprendimento?

Belle le pagine di Reclus sulla geografia o di Ferrer sull'aritmetica nel bollettino "La Scuola Nuova"; ma se allora come oggi la battaglia si sposta sul piano squisitamente pedagogico, non possiamo eludere il problema di come si costruisce il pensiero razionale e scientifico. Attivare la metodologia della ricerca, stimolare gli atteggiamenti euristici, andare alla verifica delle ipotesi, considerare provvisorie le conoscenze depotenziandole dell'aureola di verità, sono scelte pedagogiche che nella relazione docente/discente consentono di gettare le basi di un essere umano padrone di se stesso, capace di esercitare in autonomia la virtù creatrice dell'intelligenza, non più prono di fronte all'oggettività del vero, ma pronto a scommettere e a mettere in gioco la sua soggettività ed i suoi convincimenti. O no?

E i valori? L'educazione morale? Un'educazione laica forse dovrebbe chiedersi se occorre rinunciare alle antinomie bene/male, vero/falso, giusto/ingiusto, per sostituirle col criterio di utilità come attribuzione di valore. Utilità intesa come qualsiasi risorsa o azione umana che soddisfi i bisogni individuali e sociali degli esseri umani nella misura maggiore possibile, nel tempo più breve possibile e con la qualità migliore possibile. I rischi di relatività ed intederminatezza -una volta abbandonate le pseudo-verità della fede, della morale e delle ideologie- sarebbero compensati dall'ampliamento di possibilità, dalla ricchezza di sfaccettature e sfumature utili a risolvere i problemi e gestire le situazioni a seconda dei contesti, dei tempi, dei soggetti. (2)

Può l'educazione da sola far tutto questo? Fuori delle scuole ben altre autorità, ben altri dogmi e verità e misteri vanno svelati, demistificati e combattuti. Con altri strumenti, con altri soggetti.

Ma questa -come si suol dire- è un'altra storia.

Donato Romito

 

Note:

(1) In bollettino "La Scuola Nuova", ed. La Baronata 1980
(2) Vedi Alberto Pettigiani in "Homo Sapiens, materiali della sinistra libertaria", n°1, Bari 1988