Messico

Viva Zapata!

 

Il passaggio alla lotta armata dei contadini e dei lavoratori dello stato messicano del Chiapas ha sorpreso non solo i benpensanti, i neo liberali e i modernisti dei diversi partiti al governo nei vari Stati capitalisti, ma anche i cosiddetti partiti progressisti e i resti della socialdemocrazia, superstiti sulla scena politica internazionale. Quello che è avvenuto, sta avvenendo ed avverrà in questa vasta regione del Messico per costoro non solo non doveva e non poteva succedere ma sarebbe frutto di una fase storica ormai passata. Per la sinistra “democratica e progressista” è incomprensibile la scelte di un popolo che di fronte all’annientamento preferisce la guerra contro un nemico certamente più forte; al genocidio culturale, economico e sociale si oppone rivendicando la costruzione di una società socialista basata sui principi della solidarietà sociale e sul comunismo come prospettiva.

Se un popolo di contadini analfabeti, falcidiati dalle malattie e dalla fame si ribella – a sentire Octavio Paz, Nobel per la letteratura ex-progressista – lo fa perché istigato da “stranieri”, da nemici del Messico che vogliono far calare la Borsa, dalla Chiesa della liberazione, dai residui della guerriglia dei paesi vicini e, perché no, da narco-trafficanti, giornalisti ed inviati speciali che parlano di rigurgiti di socialismo in paesi arretrati e sono alla ricerca dell’evento come “fenomeno di colore”. Insomma sarebbe il passato che ritorna, portato dalla risacca della storia a seminare morte e ulteriore povertà.

Noi non pensiamo che la rinascita delle lotte per un mondo migliore ed una società più giusta possa avvenire solo nella periferia del mondo sviluppato e debba per forza iniziare come lotta per il comunismo: in una parola non siamo terzomondisti.

Non crediamo quindi che prima o poi le campagne conquisteranno, espugneranno le città, ma poiché siamo materialisti riteniamo utile dare una lettura dei fenomeni mediante un’analisi il più possibile rigorosa dei fattori che concorrono a determinare gli avvenimenti. Nell’assenza di analisi di una sinistra che nell’ultimo decennio si è auto-distrutta sposando le politiche di destra, sia stando al governo che all’opposizione, giudichiamo più confacente all’interesse del proletariato cercare di comprendere quali strategie politiche, sia pure nell’ambito di programmi riformisti, possono ricreare, in situazioni nelle quali i rapporti di forza sono oggi sfavorevoli alle forze rivoluzionarie, condizioni minime di agibilità politica e di riaggregazione sociale sulle quali costruire in una fase successiva un progetto rivoluzionario di radicale trasformazione della società.

Gli effetti del NAFTA

Come è noto, la dichiarazione di guerra degli abitanti del Chiapas ha coinciso con l’entrata in vigore del NAFTA, il trattato che prevede la graduale abolizione delle frontiere doganali tra Canada, USA e Messico, e persegue l’obiettivo dell’integrazione delle economie dei tre Stati e la creazione di un mercato unico per tutto il continente nordamericano e il Messico.

Si tratta della risposta USA all’attacco portato dagli europei mediante il trattato di Maastricht e dai giapponesi e dai paesi avanzati dell’area del Pacifico che cercano di creare anch’essi un’area di integrazione economica e commerciale. Ma per poter funzionare il NAFTA prevede – come è già avvenuto per la Comunità Europea – l’adozione di strutture di centralizzazione delle decisioni e il drastico taglio dei settori produttivi deboli. Si stimola così, in un’area economica già caratterizzata da una notevole presenza di popolazione senza reddito, la creazione di un numero ancora maggiore di poveri strutturali, di diseredati ed emarginati (negli ultimi 10 anni il reddito pro-capite già molto basso in Chiapas è diminuito del 15%). I punti di eccellenza dei sistemi produttivi consociati trionfano sulle fasce produttive arretrate creando uno squilibrio, se possibile, ancora maggiore nella distribuzione del reddito. In questa divisione del lavoro, dei ruoli e dei settori produttivi, il Messico forniva e fornirà manodopera a basso costo e ospiterà produzioni inquinanti e nocive.

A ciò si aggiungono pochi e ben individuati punti di eccellenza dell’attuale sistema produttivo e le attività attraverso le quali si produce energia o si reperiscono materie prime, si estrae petrolio.

In questo contesto il Chiapas e alcuni Stati ad esso vicini come lo Oaxaca e Guerrero rappresentano la parte più debole del sistema economico messicano, sono cioè uno dei primi vagoni che il treno dello sviluppo lascia deragliare. Nel Chiapas la mortalità infantile è già oggi molto alta e il 77% dei bambini è denutrito, mentre nel resto del Messico l’indice e del 22%. Altrettanto dicasi per la durata media della vita che è tre volte inferiore a quella del resto del paese (dati della Banca Mondiale, rilevazione di ottobre 1993). Secondo il Consiglio del Pronasol (organismo del partito di governo) negli ultimi 10 anni i morti per malnutrizione sono aumentati del 641%. L’assistenza sanitarie è inesistente, la riforma agraria è cancellata da più tempo che nel resto del paese. I grandi proprietari terrieri che detengono la maggior parte dei terreni agricoli hanno distrutto perfino le superstiti coltivazioni collettive introdotte dalla riforma agraria, lasciando alla popolazione in gran parte rurale solo la miseria e la disperazione.

La specificità del Chiapas

Se è vero che esiste il sottosviluppo e la povertà in Chiapas, vi è all’interno di questo territorio una questione se possibile più grave: la condizione india.

Più del 70% della popolazione dello Stato è india ed è tutta contadina. La borghesia cittadina è bianca o meticcia: lo Stato centrale in Chiapas è rappresentato dalla maggioranza bianca discendente dai conquistadores e si identifica con essa. Dal Chiapas il Messico ricava gran parte dell’energia elettrica prodotta e petrolio. Il caffè, un tempo risorsa principale dell’agricoltura, è fuori mercato a causa del basso prezzo di questa merce sul mercato internazionale. Il granturco viene prodotto nel latifondo, ma su terreni collinari o quasi montani dove solo lo sfruttamento senza limiti della manodopera india permette per ora di mantenere bassi e in qualche modo competitivi i costi.

Ma sul piano sociale il Chiapas presenta altre interessanti peculiarità. Nella sua capitale, San Cristobal, è stata innestata una delle più note e frequentate Facoltà di Diritto del Messico, provocando un esodo verso di essa di studenti da tutto il paese.

Non vi sono dubbi che ciò ha prodotto un traumatico impatto di questi giovani con le condizioni tragiche di vita degli abitanti, contribuendo a creare un ponte tra la società india e gli ambienti giovanili del paese.

Nel Chiapas inoltre opera da tempo un clero cattolico schierato sulle posizioni della cosiddetta “teologia della liberazione”, stimolato nelle sue prese di posizione dalle condizioni di disperazione, sfruttamento e miseria del contesto sociale in cui operano le parrocchie.

Ma proprio per queste sue condizioni di arretratezza economica, il Chiapas è anche caratterizzato dalla presenza di una cultura chiusa che ha conservato immutati i contenuti di fondo della civiltà Maya, sia nelle strutture politiche che in quelle sociali.

Forte impegno delle donne nei lavori agricoli, presenza di religioni animiste – il più delle volte con adattamenti del culto cattolico alle tradizioni maya – e soprattutto una suddivisione per etnie gestite da strutture assembleari di anziani o saggi, da riunioni di capi. L’E.Z.L.N. ha ripreso questa struttura plasmando la propria organizzazione su quella india, adattandosi a questa con strutture parallele come i Collettivi di Direzione che rappresentano il braccio militare delle azioni decise dalle strutture tradizionali di autogoverno della popolazione. Succede che le decisioni adottate da un’etnia passano di bocca in bocca e si trasferiscono e si diffondono nella comunità limitrofa; ciò fa sì che un’idea condivisa dalle strutture autonome di autogoverno delle comunità possa divenire scelta di tutti. Va ricordato che nel Messico convivono circa 100 etnie diverse, ma tra quelle indie vi è molta affinità e comunicazione proprio grazie all’azione di collegamento sviluppata dall’iniziativa politica zapatista. Inoltre, per anni le popolazioni del Chiapas, annesso al Messico attraverso un referendum solo un centinaio di anni fa, hanno ospitato le popolazioni anch’esse indie e gli sfollati dalle confinanti regioni del Guatemala per sfuggire alla guerra civile in atto in quel paese. L’osmosi tra queste popolazioni è nella storia e nei fatti. Perciò è inevitabile che il territorio del Chiapas sia divenuto uno dei santuari della guerriglia in Centro America, ben prima di questa sollevazione popolare e che i quadri di un movimento guerrigliero fossero numerosi e provenienti dall’esperienza di una guerra civile combattuta nei vicini territori del Guatemala e arricchito da elementi intellettuali provenienti dalla vicina università, traumatizzati dalle condizioni di sottosviluppo e di precarietà della vita degli abitanti.

Il governo sapeva

Stando così le cose, possiamo certamente dire che il Governo centrale di Città del Messico sapeva del crescente malcontento della popolazione del Chiapas, tanto è vero che per quanto ha potuto ha cercato di isolare politicamente la rivolta, nell’impossibilità di prevenirla. Non è un caso che solo poco tempo fa vi sia stato il riconoscimento reciproco di Messico e Stato Vaticano. Ciò ha, tra l’altro, permesso al Governo messicano di avere un interlocutore diretto nel Nunzio apostolico residente a Città del Messico (per ironia della sorte porta il nome di Monsignor Prigione!) che ha ripetutamente cercato di tenere a bada e neutralizzare l’intervento dei vescovi “progressisti” e soprattutto ha consentito di stringere una ferrea alleanza tra gli ambienti filomassonici dell’establishment messicano – storicamente egemoni nel Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) al potere e Curia Romana, Opus Dei in testa – rafforzandone così la copertura internazionale.

L’addestramento – con la scusa della lotta contro il narco-traffico – dell’esercito messicano (70.000 uomini) nelle attività anti-guerriglia da parte degli specialisti USA ha fatto il resto, mettendo nelle mani del governo un formidabile strumento di repressione e di sterminio.

La crisi delle sinistre progressiste e dell’Internazionale Socialista che in passato aveva svolto un’opera di recupero e di mediazione verso i movimenti guerriglieri dell’America Centrale, non ha permesso di disporre di un ulteriore strumento di recupero politico del movimento di rivolta e si è scatenato perciò il massacro, perfettamente in linea con quanto il capitale prevede in questa fase di fronte all’insorgere di conflitti locali.

Il Chiapas, tra rivolta disperata inevitabile e lotta di lunga durata

Un primo effetto della sollevazione del Chiapas è stato la rinascita dell’opposizione nell’intero paese e l’iniziativa politica si è estesa perfino a Città del Messico (23 milioni di abitanti), dall’inquinamento spaventoso dove è concentrato un terzo della popolazione del Messico, con un proletariato e sottoproletariato urbano sterminato. Si pensi che la distribuzione delle ricchezze è tale che in Messico 20.000 famiglie detengono il 50% della ricchezza complessiva del paese.

Quella in corso nel Chiapas è una delle tante sollevazioni che era facile prevedere, col procedere della compressione economica (sostenuta e spesso imposta dalla Banca Mondiale) che non lascia margini di recupero alla più disperata povertà. La preparazione dell’Esercito dimostra che anche i gruppi dirigenti prevedevano la possibilità di tali eventi e che avevano in animo una pura e semplice repressione armata. Non tutto il meccanismo ha però dispiegato i propri effetti, se è vero che il governo è stato costretto alla trattativa, con una notevole caduta di immagine. L’E.Z.L.N. dopo appena due settimane di lotta è stato riconosciuto politicamente dalla controparte tanto da poter instaurare trattative.

Forti elementi di coesione etnica rendono infatti meno debole del previsto una lotta le cui caratteristiche di assoluta disperazione sono insieme elemento di radicalità e di debolezza. Non sono solo dei guerriglieri, forti di una approfondita conoscenza di un territorio quanto mai difficile, che si scontrano con l’esercito governativo, ma un’intera popolazione che controlla un territorio e perciò è partecipe della lotta, la cui durata non è pertanto di facile previsione, e tutto ciò in considerazione di motivi di identità etnica, condizione culturale e sociale, di sfruttamento economico che accomunano le popolazioni indie del Chiapas a quelle degli Stati messicani vicini e del Guatemala. Un fuoco insomma, destinato a durare. Ne è ben conscio il governo messicano che ha deciso di trattare una composizione del conflitto.

Quel che è successo in Chiapas ci dice che probabilmente vedremo presto altre esplosioni, altre sollevazioni popolari, magari di chi rivendica in nome degli interessi locali il recupero dei momenti decisionali a livello decentrato, nell’illusione di ritrovare spazi di potere locale e chiamarsi fuori della politica di pianificazione dello sfruttamento messa in atto dal capitale finanziario sul piano globale a livello di gestione centralizzata delle politiche di sviluppo. E’ questa l’illusione federalista di stampo liberare che affascina da tempo i gruppi “radicali” borghesi che su questo progetto costruiscono alleanze interclassiste, ma che rappresenta una ipotesi destinata a soccombere.

E tuttavia queste sollevazioni popolai generose risultano perdenti perché non ancora inquadrabili in una strategia di attacco complessivo al capitale. Queste lotta ci dicono che ribellarsi è giusto, è possibile e su questo bisogna scommettere tutte le nostre capacità di essere rivoluzionari, costruendo una strategia da verificare tra le masse.

FEDERAZIONE DEI COMUNISTI ANARCHICI
gennaio 1994

(da “Agenzia d’informazione FdCA”, n° 13, gennaio 1994)