L'un contro l'altro uniti

 

Un sistema singolo e un mondo frammentato: così possiamo connotare questi nostri anni (1). Siamo in un sistema unificato, poiché l'insieme dei processi economici, politici e sociali sono sempre più interdipendenti, e a velocità sempre maggiore. Eppure abitiamo un pianeta spezzettato, poiché "ovunque si rafforzano e si moltiplicano i gruppi identitari, le associazioni basate su una comune appartenenza, le sette, i culti, i nazionalismi. […] Dalle rovine delle società moderne e delle loro istituzioni escono, da un lato, circuiti globali di produzione, consumo e comunicazione e, dall'altro, un ritorno alla comunità" (2). Che la nostra sia un'epoca in cui un unico modello di vita pervade e livella tutti i luoghi, è un'ideologia o un progetto politico, non certo un risultato spontaneo dei processi globali: 

"come amavano dire i positivisti, gli uomini "per natura" costruiscono opposizioni e tracciano linee divisorie. Perché, indipendentemente dall'epoca e dallo scopo, si sentono francesi e non inglesi, induisti e non buddhisti, hutu e non tutsi, ispanici e non indiani, sciiti e non sunniti, hopi e non navajo, bianchi e non neri, arancioni e non verdi. Quale che sia la delucidazione che auspichiamo o quale che sia il significato che attribuiamo a questo termine, la molteplicità delle culture è un dato certo, anzi in aumento. Sfida le potenti forze della moderna produzione industriale, del denaro, della mobilità e del commercio, tese a creare una rete di interconnessioni. Quanto più le cose si avvicinano le une alle altre, tanto più rimangono separate. Il mondo dell'interconnessione globale rappresenta una realtà tanto remota quanto lo è la società senza classi" (3)

I percorsi della mondializzazione, dunque, generano differenze e moltiplicano appartenenze. Se però la pluralità dei comportamenti, dei luoghi e dei movimenti collettivi fossero unicamente una "scoria", un risultato indesiderato, del glorioso e trionfante globalismo, essi sarebbero destinati alla marginalità e alla mera repressione. È così? In questo breve articolo rispondiamo in senso negativo. La nostra tesi suggerisce che le identità plurali rappresentano risorse per meglio produrre, per meglio consumare e per meglio governare; esse sono perciò necessarie alla mondializzazione di una formazione sociale capitalistica. Ma se la pluralità dei comportamenti individuali, dei luoghi sociali e dei movimenti collettivi è utilizzata come una risorsa, questo comporta che i soggetti che esprimono tale pluralità dispongono di potere: non possono venire puramente marginalizzati e repressi, bensì bisogna tentare di plasmarli e soggiogarli, poiché servono a realizzare il progetto della globalizzazione. Ma se questi soggetti, singoli e collettivi, detengono un fonte cruciale di potere, rimane uno spazio per la politica: ha ancora senso discutere e operare.

Possiamo qui soltanto dare un disegno incompleto, schematico e intuitivo del modo nel quale le attività di consumo, di produzione e di mobilitazione collettiva offrono risorse indispensabili al progetto che è stato denominato globalizzazione. Prendiamo rispettivamente i casi dei significati culturali attivi del denaro e delle merci, della specificità locale delle conoscenze economiche e del riemergere ambivalente dell'etnicità.

Molti importanti scienziati sociali - tra i quali forse, per la loro consequenzialità, spiccano Marx e Simmel - hanno sostenuto la tesi secondo cui la varietà e lo spessore dei nessi umani verrebbero uniformati dal modello omologante degli scambi mercantili, desertificando la vita comunitaria. Il denaro sarebbe il simbolo di questo processo, essendo un medium intercambiabile e mobile, qualitativamente neutrale, in grado di connettere individui lontani nello spazio e nel tempo, infinitamente divisibile e socialmente anonimo. 

Questa concezione è stata però messa persuasivamente in discussione, documentando come "le persone impegnano una quantità di sforzi nel creare monete dedicate a gestire relazioni sociali complesse che esprimono intimità ma pure ineguaglianza, amore ma pure potere, dedizione ma pure controllo, solidarietà ma pure conflitto. Il punto non è che queste aree della vita sociale resistono valorosamente alla mercificazione. Al contrario, esse assorbono volentieri la monetizzazione e la trasformano per adattarla ad una varietà di valori e relazioni sociali". Dal nome della studiosa che lo ha meglio indagato, è stato chiamato "paradosso di Zelizer" l'idea secondo cui "quanto più le forme fisiche e lo status legale del denaro diventano standardizzate, tanto più l'uso della cartamoneta in molte sfere di vita si trasforma in un più delicato processo sociale, rendendo la differenziazione culturale e sociale crescentemente elaborata" (4)

Avviene così che, mentre sul mercato ogni unità di denaro è uguale ad un'altra, quando Tommaso, Francesca e Luca l'impiegano in famiglia o in un gruppo, per acquistare un biglietto teatrale o per comprare cibo, per speculare in borsa o per cautelarsi nella vecchiaia, una "stessa" moneta può ricoprirsi per ciascuno di loro di significati e valutazioni assai differenti. Essa ridiventa dunque, almeno in qualche grado, un bene legato a circostanze specifiche: a quel soggetto in rapporto ad altri, a un luogo, a un momento. Ma ciò accade per l'intera attività di consumo. In un noto studio sulla diffusione della Vespa in Inghilterra, ad esempio,

"Hebdige mostra che essa seguì percorsi non immaginati e non controllabili dai pubblicitari che avevano il compito di promuoverla. Pubblicizzata come un veicolo femminile, comodo ed elegante, la Vespa divenne un oggetto di culto tra la sottocultura giovanile Mod, che raccoglieva giovani uomini i quali, anche attraverso la Vespa, poterono opporre la propria mascolinità raffinata ed esteticizzante a quella più tradizionale dei motociclisti rockettari. Lo studio di Hedbige dimostra non solo che le industrie debbono leggere il mercato per differenziare gli oggetti in base a divisioni sociali già esistenti, ma anche che la trasformazione di questi oggetti e dei loro significati nelle pratiche di consumo, nei diversi mercati nazionali o locali, può dare impulso alla creazione di nuovi gruppi sociali che creano se stessi mediante gli usi, a volte originali, di certi oggetti. In quest'ottica, il consumo è una pratica di riassorbimento della cultura che si realizza secondo una varietà di logiche non pienamente svincolate ma neppure direttamente riportabili a quelle che hanno governato la produzione e la distribuzione delle merci; anziché promuovere omogeneizzazione, le pratiche di consumo generano diversità, perché beni che sono identici al momento dell'acquisto possono essere ricontestualizzati da diversi gruppi sociali in un'infinita varietà di modi" (5).

In secondo luogo, la produzione postfordista non è più centrata soltanto sui beni standardizzati, fabbricati da imprese il cui vantaggio competitivo è assicurato da investimento e progresso tecnico. Accanto a tali beni, divengono strategici i beni capaci di corrispondere a bisogni specifici di gruppi specifici di consumatori: l'importanza del logo, sottolineata da Naomi Klein, nasce principalmente da questo fenomeno. I beni peculiari spesso sono tali in quanto prodotti in certi luoghi con certe competenze: i vini del Chianti, così come il software della Silicon Valley, hanno radici territoriali precise; è in quei luoghi che, partendo da condizioni ambientali e sociali favorevoli, si è creata una rete di conoscenze codificate e di saperi personali che rendono competitivi quei vini o quei prodotti informatici. Ne segue che spesso siamo davanti non già ad una concorrenza tra generiche macroaree, tra nazioni o tra grandi imprese in grado di spostarsi ovunque; bensì assistiamo a scambi interlocali: 

"Anche le imprese "globali", il cui esemplare idealtipico è rappresentato dalle multinazionali di grande o grandissima dimensione, attingono, per la loro riproduzione e il loro sviluppo, a valori, conoscenze e istituzioni formatisi nei diversi luoghi in cui sono insediate le loro unità produttive, direttive, o di vendita. […] Se lo sradicamento dagli ambiti locali di produzione o di collocamento dei prodotti comporta ridotta capacità di comprendere e utilizzare le specificità locali, i vantaggi di un'assoluta e completa mobilità territoriale, tecnologica e merceologica possono tradursi, per l'impresa globale, in un fattore di debolezza. Non è un caso che le strategie delle multinazionali abbiano subito, negli ultimi vent'anni, una inversione rispetto ai modelli prevalenti fino agli anni sessanta. Oggi è diventato importante non tanto imporre un modello aziendale di successo in tutti i contesti in cui si è presenti, quanto trovare adeguati canali di collegamento con gli (e di utilizzo degli) ambienti in cui si opera, dando alla propria azione forma flessibile e usando le competenze di partners e managers locali" (6)

In terzo luogo, come osservava già più di vent'anni fa un grande studioso prematuramente scomparso, "i nuovi sentimenti di appartenenza etnica non sono solo l'eredità di una tradizione che affonda le sue radici nella storia dello stato-nazione, ma sono un prodotto specifico dei mutamenti delle società complesse. Oggi la solidarietà etnica riemerge nella sua autonomia: mentre si allentano o si dissolvono altre appartenenze, essa […] fornisce un orizzonte simbolico entro il quale dar voce a spinte conflittuali che vanno ben oltre la specifica condizione del gruppo etnico" (7)

Composizioni, scomposizioni, conflitti, tensioni: l'etnicità è alla base del continuo tormentato movimento dell'organizzazione del mondo in stati (8). Dall'Algeria ad Haiti, da Comore al Pakistan, sono 19 i paesi che subiscono un intervento armato negli anni '90. Hongkong e Macao tornano alla Cina e la Germania Est si ricongiunge all'Ovest, mentre l'Eritrea si scinde dall'Etiopia, Timor Est si rende indipendente dall'Indonesia e la Repubblica Ceca si separa dalla Slovacchia. In Somalia, Angola, Sierra Leone, Repubblica democratica del Congo, e in molti altri luoghi africani imperversano guerre feroci. La Nigeria si sta decomponendo, il Pakistan è diviso, con forti tensioni, tra quattro principali etnie e l'Afghanistan è smembrato. Il Somaliland si rende autonomo ma non viene riconosciuto dalla comunità internazionale. In Borneo, Sudan e Sri Lanka si svolgono guerre indipendentiste, ma anche in Europa non mancano rivolte regionaliste violente (baschi, corsi, irlandesi, ciprioti, minoranza albanese in Macedonia, minoranza greca in Albania) e non violente (padani, scozzesi, catalani, slovacchi, minoranze ungheresi in Romania e Ucraina, minoranza russa in Estonia e Lituania, minoranza polacca e russa in Lituania, sami nel nord della Scandinavia), né mancano, ancora in Europa, le rivendicazioni identitarie (Fiandra e Vallonia, Galles, Bretagna), o in Canada o, specie da parte degli ispanici, negli USA. La Turchia è in egual misura balcanica, mediterranea, pontica, caucasica e mediorientale. In Cina vi sono 55 minoranze ufficialmente riconosciute dalla Costituzione, con conflitti ricorrenti soprattutto nello Xinjiang e in Tibet. L'India si annette il Sikkim e il Buthan, ma è scossa dagli scontri tra indù e musulmani, con movimenti separatisti nel Kashmir e nel nordest. La fine dell'Urss genera 15 nuovi stati, ma nella stessa federazione russa, composta da 21 repubbliche, la Cecenia e il Tatarstan reclamano l'indipendenza. 

La disgregazione della Jugoslavia vede battersi tra loro serbi, croati, musulmani, sloveni, albanesi, macedoni, montenegrini, ungheresi e bulgari. Uno degli esiti è che la Bosnia e il Kosovo sono sotto mandato internazionale. I palestinesi o i kurdi sono popoli riconosciuti ma privi di stato. 

La complessità geopolitica del pianeta raggiunge probabilmente il culmine nel cuore dell'Eurasia, "quell'ovale caotico e ad alta concentrazione di conflitti e di violenze che si estende tra l'Adriatico, i Balcani e la provincia cinese di Sinkiang e che comprende il Golfo Persico, parte del Medio Oriente, l'Iran, il Pakistan, l'Afganistan, l'Asia centrale lungo la frontiera tra Russia e Kazakistan e tra Russia e Ucraina, i territori meridionali dell'ex Unione Sovietica e parte dell'Europa sudorientale" (9). Assistiamo insomma a stati invasi, ampliati, divisi e smembrati, a territori secessionisti, a rivendicazioni identitarie di ogni ordine e grado, a intere regioni che sfuggono a modalità condivise di ordine politico e giuridico. Secondo un'indagine condotta con criteri perfino troppo restrittivi, nel periodo 1986-1998 sono stati attivi nel mondo 275 gruppi etnici coinvolti in rilevanti episodi di violenza collettiva (10). "Nel corso del XX secolo, i conflitti che hanno prodotto il cuore della violenza collettiva su larga scala sul pianeta come una totalità, sono stati centrati su domande di autonomia politica nel nome di nazioni ingiustamente subordinate, su analoghe domande per il controllo di governi esistenti da parte di popolazioni escluse o soggiogate, oppure (più raramente) su domande che autocrati hanno accolto cooptando minoranze di opposizione che parlavano in nome di gruppi più ampi" (11).

Gli scenari di frammentazione geopolitica, quasi sempre a base etnica, che ci siamo appena e parzialmente limitati a nominare, non sono comprensibili se non considerando le profonde, sistematiche e persistenti asimmetrie di potere che, a ogni livello, percorrono il globo. Sotto il profilo della crescita delle disuguaglianze strettamente economiche, i dati sono eclatanti e ben noti. Ne richiamiamo qualcuno. I redditi dei 50 milioni di persone più ricche del pianeta equivalgono a quelli dei 2,7 miliardi di persone più povere. Il reddito del 5% più ricco del mondo è 114 volte quello del 5% più povero. I paesi più poveri dell'Africa sub-sahariana hanno redditi pari o inferiori a 1/40 di quelli dei paesi OCSE. Anche restando dentro gli USA, nel 1980 il titolare di una delle 365 corporations maggiori percepiva una retribuzione superiore in media di 42 volte al salario di un suo operaio; nel 2000 essa era 691 volte di più. I quattro quinti degli abitanti del mondo consumano solo un quinto delle risorse complessive, mentre i nordamericani consumano da soli oltre un quarto dell'elettricità e del petrolio prodotti nel mondo. Il prodotto interno lordo degli USA è nel 2000 di 9882 miliardi di dollari, mentre la Cina sta a 1079 e l'India a 479 (nonostante la rapida crescita di questi due popolosissimi paesi). Più di tre quarti del commercio mondiale avvengono entro la Triade, i tre blocchi regionali costituiti dall'Unione Europea, dai paesi firmatari dell'accordo per il libero scambio dell'America del Nord (Nafta) e da quelli dell'Asia Orientale. Il mercato del settore degli audiovisivi (media e cinema) è accaparrato per il 40% dagli USA e per il 30% dall'Europa. Tra le 100 multinazionali più importanti, 76 sono americane o europee. 

Ebbene, qual è il nesso tra gli scenari di frammentazione (geopolitica, e non solo) e le crescenti disuguaglianze (economiche, e non solo)? Il nesso sta in un percorso di espansione del capitalismo che realizza una progressiva disgiunzione tra stato e nazione. Com'è noto, "gli stati sono un elemento decisivo per la possibilità dei capitalisti di accumulare capitale. Gli stati rendono possibili dei semi-monopoli, che costituiscono l'unica fonte di significativi livelli di profitto. Gli stati si adoperano per tenere a bada le "classi pericolose", sia attraverso la concessione che le repressioni. Gli stati costituiscono la fonte principale delle ideologie dirette a indurre la massa della popolazione a un atteggiamento di relativa pazienza" (12)

Mentre durante la modernità stato e nazioni hanno proceduto di pari passo, adesso soltanto lo stato rimane indispensabile. La circostanza che entro uno stato emergano sia micro-identità locali, sia macro-identità regionali che ne ridiscutono i confini, costituisce una spinta formidabile a prescindere dalle nazioni. Gli stati coesi possono così progettare fusioni reciprocamente vantaggiose, senza alcun effettivo coinvolgimento dal basso delle tante etnie coinvolte, come nel caso dell'Unione Europea. Possono utilizzare il formicolare di movimenti etnici per smembrare e riplasmare gli stati rivali, come illustra il tentativo USA in Iraq. Possono infine rendere effettuale in governo mondiale, centrato su poche istituzioni internazionali "che non sono mai state elette, non possono essere sostituite e non rispondono in alcun modo a coloro che subiscono gli effetti delle loro decisioni" (13). Sotto ciascuno di questi tre versanti, il rinnovato pullulare delle etnie è una risorsa che sollecita l'autonomizzazione degli stati dalle nazioni, e spesso la facilita. Le etnie sono insomma movimenti collettivi necessari al progetto della "globalizzazione", così come lo sono i consumatori creativi e i produttori territorialmente situati. 

Gli argomenti appena richiamati segnalano che i percorsi della mondializzazione generano differenze e moltiplicano appartenenze, ma, soprattutto, utilizzano le identità plurali come risorse per meglio consumare, produrre e governare. Pertanto una società capitalistica globale non cancella, e anzi richiede, tante comunità. Il globalismo, per prosperare, domanda risorse che soltanto le tante diverse comunità di questo nostro mondo gli possono offrire, o non offrire. 

Nicolò Bellanca
Facoltà di Economia, Firenze
Sviluppo Economico e Cooperazione Internazionale (SECI)
Politica ed economia dei paesi in via di sviluppo

 

Note:

1. Alberto Martinelli, "Markets, Governments, Communities and Global Governance", International Sociology, giugno 2003, vol.18, n.2, p.293.
2. Alain Touraine, Libertà, uguaglianza, diversità. Si può vivere insieme?, Il Saggiatore, Milano, 1998, p.12.
3. Clifford Geertz, Mondo globale, mondi locali, Il Mulino, Bologna, 1999, p.59.
4. Viviana Zelizer, The social meaning of money, Princeton University Press, Princeton, 1994, pp.204 e 205. 
5. Roberta Sassatelli, "L'ambiguità dell'autonomia", in Istituzioni e sviluppo economico, I, 3, 2003, pp.44-45.
6. Giacomo Becattini - Enzo Rullani, "Sistema locale e mercato globale" (1993), ora in G.Becattini, Il distretto industriale, Rosenberg & Sellier, Torino, 2000, pp.103-104. Per un'analisi approfondita ed aggiornata di questi fenomeni, si rimanda a Enzo Rullani, Economia della conoscenza, Carocci, Roma, 2004.
7. Alberto Melucci, L'invenzione del presente. Movimenti, identità, bisogni collettivi, Il Mulino, Bologna, 1982, p.187.
8. I dati riportati sono puramente indicativi di tendenze che andrebbero esaminate in modo più dettagliato e complessivo. Essi sono ripresi dal Rapporto sullo sviluppo umano del 2002 e del 2003 (tradotto in italiano da Rosenberg & Sellier, Torino), e dall'Atlante di Le Monde diplomatique (tradotto in italiano da Il Manifesto).
9. Francesco Tuccari, "Dopo il 1989. Scenari della politica mondiale", in Angelo d'Orsi, a cura di, Guerre globali. Capire i conflitti del XXI secolo, Carocci, Roma, 2003, p.36.
10. Ted R. Gurr, Peoples versus States. Minorities at Risk in the New Century, United States Institute of Peace Press, Washington, DC, 2000.
11. Charles Tilly, Politics of Collective Violence, Cambridge University Press, Cambridge, 2003, p.67.
12. Immanuel Wallerstein, Il declino dell'America, Feltrinelli, Milano, 2004, pp.58-59.
13. Mario Pianta, Globalizzazione dal basso, Roma, Manifestolibri, 2001, p.57.