VOCI

Questa guerra non è finita né finirà tanto presto.

Il facile entusiasmo di chi ha cercato di leggere l'affluenza al voto come legittimazione a posteriori dell'intervento armato nega una realtà di voti scambiati per cibo, di intimidazioni del clero nei seggi, una realtà in cui i morti, ogni giorno, si contano a decine e in cui la pacificazione, la ricostruzione e la libertà sono ogni giorno più lontane.

Chi confida nella credibilità inesistente di un governo fantoccio, chi parla di soldati caduti per il bene del popolo irakeno e di lotta contro il male e contro il caos cerca di nascondere una realtà di polarizzazione sempre più forte tra interessi economici internazionali e interessi locali di supremazia di chi cerca di arrivare al tavolo delle trattative con abbastanza morti sul piatto da pesare un po' di più.

In questo scenario il governo si appresta a votare il rifinanziamento della missione italiana in Irak.

Nel 2004 ha messo in campo un bilancio che ammonta a 19mila e 25 milioni di euro.
Nel decreto pronto per essere licenziato solo l'invio degli elicotteri da combattimento Mangusta A129 prevede 27.314 euro al giorno. L'uno.

Questi soldi servono per vincere la guerra e portare la democrazia e il progresso?
Finora sono serviti a ributtare l'Irak tra le braccia di un tradizionalismo islamico che gli era sconosciuto, ricacciarlo dal XX secolo al medioevo, complici di un'amministrazione americana che porta le elezioni e la democrazia occidentale in Irak e considera il suo miglior alleato nella regione un'Arabia Saudita in cui le donne non hanno diritto, oltre che di voto, neanche di guidare.

Ma nonostante tutto in Irak esistono delle voci.

Voci libere che cercano di raccontare all'estero la società civile irakena che si ribella all'incudine dell'occupazione e al martello della pretesa resistenza irakena.

Voci libere che organizzano scioperi per il rispetto dei diritti sindacali più elementari.

Voci libere che si battono per il rispetto dei diritti umani e delle donne, per la laicità e la libertà di parola.

Alcune di queste voci sono prigioniere non sappiamo di chi.

Altre sono strangolate dalla repressione.

Altre contribuiscono a soffocarle i nostri soldati che fanno parte di un esercito occupante che porta distruzione e morte.

A queste voci devono rispondere le voci, qui in Italia e nel mondo occidentale, di chi non si riconosce in una bandiera, in una patria o in una religione ma nelle aspirazioni alla libertà, alla giustizia sociale e alla pace.

Voci che devono ricominciare a tessere le fila di un discorso contro la guerra che non può permettersi pause, a rischio di essere imbavagliato.

Voci che devono ridare la voce a chi non ha voce, e parlare di diritti, di solidarietà sociale, di libertà.

Voci che devono vincere questa guerra, perché finisca.

Perché questa guerra, come tutte le guerre, è contro tutti noi.


E NOI NON POSSIAMO CHE ESSERE CONTRO TUTTE LE GUERRE



Federazione dei Comunisti Anarchici