Zombie nucleari e affari economici
 

 

Della serie, va in scena l'ennesimo atto della farsa "Zombie nucleari" dal titolo: "Sarkozy va a caccia di commesse nucleari e Berlusconi ne approfitta per dare una svolta al suo progetto di foraggiare la lobby degli industriali nucleari italiani".

Il 24 febbraio in un vertice bilaterale svoltosi a Villa Madama, a Roma, Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy hanno firmato un Protocollo che getta le basi per una cooperazione in tutti i settori della filiera produttiva dell'energia atomica che accompagna il primo concreto atto verso il ritorno dell'Italia al nucleare. Gli attori tecnici ed economici dell'intesa sono le due principali compagnie energetiche nazionali, Enel e Edf.

L'accordo prevede la costruzione in joint venture in Italia di quattro centrali di terza generazione del tipo Epr (European Pressurized water Reactor), un reattore di progettazione interamente europeo nato dalla collaborazione della francese Areva e della tedesca Siemens. In cambio l'Enel collaborerà alla costruzione della nuova centrale atomica di Flamanville, in Francia, e di altri cinque reattori Epr.

Ma gli obiettivi futuri dello Stato italiano in campo energetico, del tutto in linea con la berlusconiana megalomania, sono molto più ambiziosi del suddetto protocollo d'intesa e prevedono entro il 2020 un contributo dell'energia nucleare sulla potenza totale elettrica italiana installata del 12%.

Ciò significa mettere in campo circa 12 mila megawatt e per realizzare questo obiettivo i nostri governanti non disdegnano di rivolgersi anche alla concorrenza dei francesi, ossia l'americana Westinghouse, costruttrice degli impianti Ap1000.

E ciò significa costruire almeno una decina di centrali, calcolando un cocktail tra gli Epr, aventi una potenza media di circa 1600 megawatt, e gli Ap1000 più piccoli, con potenza media di 1100 megawatt. La media di una centrale ogni due regioni.

Tutto ciò quando, nella peggiore delle ipotesi, noi sfruttiamo nei momenti di maggior consumo solo il 75% della potenza elettrica gia installata nel nostro territorio, con una riserva di potenza elettrica che non ha eguali nel mondo.

Le ragioni che vengono addotte per giustificare tali scelte sono le stesse che da tempo vanno ripetendo con ostinata quanto pelosa ostentazione: l'indipendenza energetica dagli altri paesi con la necessità di svincolarsi dalle altre fonti fossili, prima tra tutti il petrolio, la riduzione delle emissioni gassose, l'economicità dell'energia nucleare rispetto alle altre fonti, insieme ad una fiducia assoluta nella sicurezza degli impianti Epr e nella capacità tecnica dell'industria nucleare di risolvere il problema dello stoccaggio delle scorie nucleari.

Si parla di indipendenza energetica come se l'Italia fosse tra i maggiori produttori di uranio al mondo, quando noi in realtà non ne possediamo nemmeno uno straccio di giacimento, senza pensare poi che l'uranio è un elemento di quantità finita e che la sua rarità e, conseguentemente, il suo prezzo aumenteranno di pari passo col suo sfruttamento. D'altronde basta considerare come sono sfumate, nel nulla dei pii desideri, le velleità autarchiche francesi, che, pur possedendo il maggior arsenale nucleare civile europeo, sono costrette ad importare petrolio e gas quanto noi. (Qualcuno suggerisca a Scajola che se non si converte energeticamente l'intero settore degli autotrasporti, a ben poco serviranno le sue centrali nucleari dal punto di vista della diversificazione energetica e dal punto di vista dell'indipendenza.)

Considerare poi il nucleare come la panacea ecologica da contrapporre ai danni provocati dalle emissioni gassose della combustione delle fonti fossili, è una sottile quanto meschina operazione di falsità mediatica... Come se l'uranio si trovasse così, sparso sulla superficie terrestre e non aspettasse altro che essere raccolto, senza sforzo e, soprattutto, senza nessun impatto sull'ambiente.

L'uranio è un elemento alquanto raro e per ottenerne delle quantità sufficienti da essere sfruttate nelle operazioni di conversione energetica, abbiamo bisogno di trattare (per non dire devastare) immense quantità di roccia che lo contiene, con enormi emissioni di CO2. Per non parlare poi dei processi di arricchimento, senza i quali non potrebbe essere impiegato, che comportano emissioni di CO2 ancora più pesanti dei processi estrattivi.

Vogliamo parlare dell'aspetto economico? Che, come vedremo in seguito, è poi l'argomento più caro ai nostri industriali, specialmente quando si tratta di fare affari con i soldi dei lavoratori.

Facciamo due semplici conti, chiarendo prima di tutto che non bisogna dargli assolutamente retta quando vogliono farci credere che l'energia nucleare è a buon mercato, perché nei loro conti non entrano affatto le spese relative allo smaltimento ed allo stoccaggio delle scorie, ne tanto meno le spese relative allo smantellamento dei vecchi impianti.

Allora: per costruire una centrale nucleare di 1000 megawatt ci vogliono dai 3 ai 5 miliardi di euro (secondo alcune delle agenzie mondiali che si occupano di energia). Prendiamo il valore medio di 4 miliardi. L'Italia ha intenzione di installare 4 centrali entro il 2020 per un totale di circa 6000 megawatt, corrispondenti a 24 miliardi di euro.

Si tratta di una cifra notevole. Quale impresa privata rischierà l'investimento quando per cominciare a intravedere un qualche guadagno dovranno passare almeno una quindicina di anni? Col rischio inoltre che quando si tratterà di cominciare a raccogliere i frutti ci si troverà di fronte ad una tecnologia obsoleta non più competitiva sul mercato capitalista.

Indovinate un po' allora da dove verranno i soldi necessari a coprire gli investimenti? È ovvio, dallo Stato, ossia dalle tasche di coloro che maggiormente contribuiscono alle sue casse, cioè la classe lavoratrice. E indovinate un po' chi ne sfrutterà i possibili guadagni? Risposta altrettanto facile: tutti quegli industriali che da anni scommettono su questa operazione. E lo Stato non solo offrirà su un piatto d'argento questa possibilità di guadagno ai soliti noti, ma si caricherà sulle spalle (ovviamente sempre su quelle dei lavoratori) tutti gli oneri legati al trattamento, smaltimento e stoccaggio delle scorie.

E sono spese enormi che abbiamo pagato e che continuiamo a pagare per il cosiddetto "decommissioning" dei vecchi impianti costruiti prima del referendum del 1987 e che continuiamo a sostenere per lo stoccaggio provvisorio delle scorie nel nostro territorio e per quelle, sempre italiane, sparse per l'Europa. Solo per fare un esempio, qualcuno ha quantificato il totale delle spese sostenute dal 1987 ad oggi in 11 miliardi di euro, considerando anche che in questa cifra è compresa anche quella parte che va sotto la dicitura di "oneri nucleari" pagata alla lobby nuclearista per compensare gli investimenti fatti per le infrastrutture e l'acquisto del combustibile, inutilizzati dopo la rinuncia referendaria all'atomo. Tutti questi soldi continuiamo a pagarli sotto forma di quote prelevate dalla bolletta elettrica.

Perché tutti questi costi in termini capitalistici che si tramutano poi in costi di salute e ambientali pesanti? Perché nessuno fino ad oggi ha risolto il problema della produzione e dello stoccaggio definitivo delle scorie nucleari. Non ci sono riusciti gli statunitensi, che pure sono il primo paese ad avere avuto a che fare con l'energia atomica, alle prese con problemi insormontabili da questo punto di vista, e avendo speso dei capitali paragonabili al Pil annuo di qualche Stato più piccolo nel tentativo di risolverlo. Stati Uniti che, pur avendo un territorio molto meno densamente abitato del nostro, non riescono a trovare un sito geologico idoneo alla conservazione definitiva delle stesse scorie.

Come ancora non è stato risolto il problema della sicurezza degli impianti nucleari. E per quanto Stati, agenzie addette, industrie nucleari, si impegnino allo spasimo nel cercare di nascondere gli incidenti che periodicamente avvengono in tali impianti, mettendo a repentaglio la salute, oltre che dei lavoratori, di uomini e donne di intere regioni. Senza scomodare il ricordo degli incidenti più gravi che si sono susseguiti, come quello di Chernobyl, basta ricordare che solo nei primi otto mesi del 2008 sono stati 27 gli incidenti di un certo rilievo, che hanno comportato l'inquinamento radioattivo di terreni coltivati, corsi d'acqua, falde freatiche, ecc.

Oppure vogliamo dire qualcosa sulla sicurezza degli impianti di tipo Epr, cosiddetti impianti di III generazione, che pur avendo un sistema di difesa attiva contro gli effetti della fusione del nucleo, non convincono nemmeno le agenzie ufficiali come la "Union of Concerned Scientists", scettica sui programmi di sicurezza legati al progetto Epr e nemmeno eminenti scienziati che certamente non sono degli antinuclearisti dell'ultima ora, come Carlo Rubbia, il quale così si espresse rispetto ai reattori di III generazione, intervistato dal Corriere della Sera nel 2003: "È un dinosauro, un reattore vecchio che cercano di ammodernare e che alla fine avrà costi di produzione dell'energia troppo elevati".

Se non altro anche perché l'Epr può utilizzare come combustibile il famigerato e più a buon mercato "MOX" (costituito da una miscela di plutonio e uranio), combustile di impiego più rischioso a causa della maggiore attività del plutonio.

Che dire allora di questo accordo tra Sarkozy e Berlusconi se non che sia la convergenza di interessi di chi ha necessità, come il primo, di piazzare i prodotti di un'industria civile sempre più capitalisticamente antieconomica in un mercato liberista, e di chi, come il secondo, vuole a tutti i costi continuare a far arricchire quella lobby di parassiti senza scrupoli dei nostri industriali, bravi come nessuno nel resto del mondo a far affari rischiando i soldi dei lavoratori.

Federazione dei Comunisti Anarchici
Gruppo di Lavoro Ambiente ed Energia

27 febbraio 2009